Anche lo Zecchino d’oro si affida al televoto
di Mauro Banchini
E’ vero, come dice il comico Giuliani, che «i bambini ci mettono sempre in difficoltà». Vaglielo a spiegare, a uno che di anni ne ha 3, perché il mare è salato, perché nel cielo ci sono le stelle o perché pure lo «Zecchino d’oro» si affida al televoto. Vaglielo a far capire perché milioni di persone spendono di tasca propria per far salire «Forza Gesù» con il piccolo Simone dalla Sardegna o «Il ballo del girasole» con Giulia da Certaldo, dieci anni, due treccine e un buchetto al posto di un incisivo.
Vaglielo a spiegare (fonte Wikipedia) che più della metà degli incassi del televoto resta nelle casse degli operatori telefonici, il 7% alla rete tv, il 23 al titolare e al produttore del format, il 18 alla società che elabora i dati. Dettagli questi che non sarebbe male rendere noto a quei grullarelli che, per «portare su» il bambino del paesello, aiutano opere di beneficienza (in questo caso ed è sicuramente vero, essendoci di mezzo i francescani dell’Antoniano una casa di solidarietà in Haiti).
Di quell’euro che costa ogni telefonata, chi è che destina la sua percentuale in beneficienza? I frati e la Rai non ho dubbi, ma lo fanno anche gli imperatori della telefonia? In un meccanismo che fattura almeno 60 milioni l’anno e spesso è accusato di opacità, non sarebbe male se queste cifre venissero rese note. Non sarebbe male se le tariffe venissero mostrate con caratteri più grandi e per più tempo. Né chiarire se esiste un tetto massimo di televoti e qual è. E sarebbe bene introdurre meccanismi che evitino il sospetto (ad esempio delle associazioni consumatori) circa l’esistenza di «manine» capaci di pilotare le preferenze.
Soprattutto se, e torniamo allo «Zecchino», trattasi di una innocente gara canora tra bambini inventata più di mezzo secolo fa niente di meno che da un «mago» e guidata fino a poco fa da una fatina chiamata Mariele.
Se «Zecchino» è un po’ come Croce Rossa, nel senso che non gli si può sparare contro, vorrei evitare qualunque inutile nostalgia anche perché, l’ho sempre attraversato lo «Zecchino» ormai in molte fasi: bambino, babbo, nonno. Fa parte della mia e della vita di tutti noi, che ancora cerchiamo risposte alle belle domande di cui sopra.
Gli anni passano, le tecnologie avanzano, quella magica condizione che stupisce, commuove e fa andare avanti il mondo (l’innocenza), i bambini tendono a perderla sempre prima. E allora cambia pure la gara. Al posto di Zurlì (che sul serio si chiama Cino Tortorella) da qualche anno c’è una show girl chiamata «Maja» (sul serio si chiama Veronica Russo, in arte appunto «Maja»). Quest’anno è affiancata da un comico (parola grossa) che si chiama Pino Insegno. I due giuro sono titolari di altrettante squadre di bambini chiamate «le maje» e «i pini». Quello che conta, gli spot, è bene adeguato al target: pannolini, ovetti di cioccolata, lasagne, montascale per anziani, acqua minerale.
Colpisce un dettaglio: la presenza, in studio, di tante belle donne. Vengono dallo spettacolo; tutte agghindate e tutte giovani; tutte che amano i bambini e tutte che («per adesso») di bambini propri non ne hanno («però mi sto impegnando», sussurra una miss).
Continui gli appelli a «portare su» con il televoto questa o quella canzone. Politicamente corretta la presenza di bambini dai tratti somatici altri eppure italianissimi: figli di immigrati. Susan o Gianmarco vengono dalla Polonia e dalle Filippine. Altri dal Giappone o dall’Azerrbaijan. Per la verità erano i loro genitori a venire da lontano. Loro, adesso, sono italiani come noi: e come i loro coetanei invitano a «sognare un mondo che non ha perduto le sue favole» senza vergognarsi che «girasole» possa far rima con «viole». Chiedono a «Gesù» di farci sapere cosa lui vede da «lassù» aiutandoci a far scendere un po’ di paradiso «quaggiù».
Della giuria fanno parte un po’ di bambini (alcuni cattivissimi spalettano con diversi 7 o addirittura con qualche 6) e diverse belle donne. C’è pure l’inevitabile presidente Unicef con una giusta campagna antirazzista che però, ho l’impressione, andrebbe riservata a trasmissioni più adulte (i bambini veri, il razzismo, credo non sappiano cosa sia).
Mariele non c’è più ma il coro c’è ancora: e dal coro esce una bambina («sei microfonata? No? Ecco il gelato») con tanto di spot bocelliano. Padre Alessandro, giovane e televisivo francescano, spiega come sono stati impiegati i fondi 2009. Le «maje» si scontrano con i «pini». Una fra le canzoni (in tutto 12) vince lo zecchino «rosso». È solo la prima puntata: altre ne seguiranno prima del gran finale.
Ecco la sigla: in omaggio all’infanzia hanno scelto «pigiama party». Ma non c’è tempo: tutto sfuma, compresa la sigla dell’Eurovisione. A sfumare non può certo essere «Sarabanda»: azienda di abbigliamento che i bambini li «firma». Da capo a piedi.