«Ballarò» e il popolo dei «retrostanti»
di Mauro Banchini
Alla Commissione Rai non ci metterei né Villari né Zavoli ma quel buffo tipo (Paolini) famoso per stazionare dietro ai cronisti in modo da sbeffeggiare e imprecare (l’ultima volta se la prendeva con Berlusconi a suo avviso ormai incapace di prestazioni sessuali all’altezza della fama). Un genio, questo «retrostante» Paolini: molto più interessante degli «antistanti» impegnati sulle frontiere dell’ovvio (l’unico alla sua altezza fu un grande Paolo Frajese. Lo prese a calci davanti alle telecamere). Quando vedo Paolini all’attacco mi vengono in mente due cose: sapere perché lui continua a rompere ma nessuno lo prende più a calci; conoscere quelli che a «Ballarò» stanno dietro agli ospiti. Li vediamo tutti, il martedì, nell’ottimo programma del bravo Floris. Martedì scorso dietro al procuratore antimafia c’erano due signori e una signora. Belli, abbronzati, eleganti, consapevoli di essere inquadrati. Se Grasso si spostava verso la nostra destra la signora dietro, coperta, si girava verso la nostra sinistra in modo da restare in favore di camera. Idem per gli altri due. E idem per i tre posizionati dietro Castelli: anche a loro, solo per il fatto di essere lì, toccava il «privilegio» di lunghe inquadrature salvo che il leghista ministro non si muovesse troppo. In quel caso si muovevano pure loro. Idem per i «retrostanti» di Di Pietro (solo due perché Tonino si muove troppo e il terzo, dietro Di Pietro, non lo vuol fare proprio nessuno). Idem per Marrazzo, Alemanno e per tutta la compagnia di giro che ci accompagna in una delle «Camere» para-istituzionali di questo nostro strano Paese.
Qualcuno, fra i retrostanti, dà l’impressione di essere del tutto sodale con chi parla: cenni della testa, risolini, sbuffi. Altri devono far parte degli staff: ogni tanto le inquadrature ce li mostrano mentre sussurrano qualcosa, o passano carte, all’antistante. Altri sono lì per caso o perché hanno fatto a botte prima per conquistarsi il posto doc: sono quelli che guardano il video in studio e, vedendosi inquadrati, gli scappa da ridere subito e quasi quasi gli scapperebbe anche di fare «ciao ciao» con la manina.
È un po’ come quando, in occasione di grandi eventi (l’Angelus, un funerale, una manifestazione) la camera inquadra qualcuno in primo piano e questi, vedendosi sul maxischermo, si mette a ridere e, appunto, saluta la mamma o la zia lontana. Un consiglio: quando succede che ti inquadrino, la cosa migliore per restare sul video una manciata di secondi in più è restare impassibili: una faccia seria e distaccata è la cosa migliore per non far staccare subito l’immagine.
Un consiglio, dunque, ai «retrostanti» di «Ballarò»: cercate di fare una faccia intelligente, non fate capire che avete capito che la camera vi inquadra. E soprattutto non vi mettete a sghignazzare. Neppure quando Castelli dice che con il federalismo «non ci saranno più sprechi». Neppure quando Di Pietro dice «Vengo subito alla sua risposta» (ma voleva intendere «alla sua domanda»).
È dura, lo so. Ma solo così sarete visti dalla mamma e dalla zia per qualche secondo in più. Di Castelli, di Tonino, di Floris a noi, tutto sommato, che ci importa? Siete voi, i retrostanti, le cose migliori di questa tv. Quasi come il mitico Paolini, quello che solo Frajese ebbe il coraggio di prendere a calci.