«Carosello»: che delusione l’operazione nostalgia!
Con la pubblicità me la vedo male. Non capisco perché dovrei comprare un divano solo perché me lo dice, poco convinta pure lei, una bella donna che per farmelo comprare guadagna in un giorno quello che a me ci vuole, presumo, un biennio. Ignoro perché dovrei credere (o anche, più semplicemente, sorridere) davanti a una tizia che le ride la pancia perché ha mangiato un troiaio di fibra. Insomma: quanto in tv arriva la pubblicità, io sono iscritto alla affollata scuola di pensiero della puntatina in bagno: spot invadente, per me, fa quasi sempre rima con cesso accogliente; talvolta con dolcino stuzzicante nel frigorifero magniloquente (rima – ammetto – deboluccia). Questo per essere chiari.
Credo che i signori di RaiUno farebbero bene a rimediare: lasciate passare qualche settimana per non dare troppo nell’occhio e poi fate finta di esservi dimenticati. Sostituite quei quattro minuti di assoluto sconforto con qualunque cosa: al limite l’intervallo con le pecore, la serie completa dei monumenti a Garibaldi, un comizio di Pannella.
Il Carosello versione terzo millennio mi pare una solenne «ciofeca». Ne ho visti cinque, l’ultima settimana, sciroppandomi anche le parti finali di un gioco («i pacchi») che un tempo mi piaceva ma adesso lo trovo insulso. E sono stato preso da una tristezza, da uno sconforto, da una delusione che capisco quel mio amico d’infanzia e perché, quand’era in crisi, batteva craniate nei muri della scuola: poi – ma sono sicuro che non c’è rapporto – entrò nell’Esercito. Guardando questo Carosello capisco il mio amico lontano, la voglia autopunitiva, rivaluto il tafazzismo.
Il cane a sei zampe che incontra la lucertola di nome Piera per concludere che il suo marchio «è la soluzione più semplice» non riuscirà mai a convincermi: non perché io dubiti sull’esistenza di lucertole chiamate Piera (avendo ancora, per mia fortuna, il cervello di un bambino so benissimo che splendidi incontri si possano fare con la fantasia). È, proprio, che non credo al marchio.
Figuratevi se credo al gestore telefonico quando vorrebbe farmi credere che i suoi addetti «lavorano per te e sono esattamente come te» (cioè come me). Per non parlare dei tre aggettivi («chiarezza, trasparenza, semplicità») che mettono alla fine dello spot. Ma chi volete prendere in giro?