È il talk show «spirituale» la bella scommessa di Rai3
di Mauro Banchini
Ma si può, in tv, fare uno show parlando di cose serie che più serie di così si muore? Tenta di farlo attorno a mezzanotte un giornalista radiofonico, Giorgio Zanchini, con sei puntate su Rai3 (la prima è passata venerdì scorso) scommettendo sulla risposta positiva.
In un contesto che chiama sempre più a fare i conti con le diavolerie del prodotto interno lordo, si è cercato nella prima puntata di ragionare in termini davvero alternativi. Si è dunque parlato di un altro «prodotto», assai più complicato da definire ma assai più importante dell’altro: la felicità.
Come in tutte le altre puntate che verranno, ne hanno discusso esponenti di sei religioni (un cattolico e un protestante, un ebreo e un musulmano, un monaco buddista e sesta «religione» un filosofo ateo).
Il cielo e la terra tenta una scommessa di quelle all’apparenza impossibili. In cinquanta minuti i magnifici sette, giornalista compreso, si arrampicano attorno a domande che turbano i sonni dell’uomo da qualche millennio: cos’è la felicità? abbiamo diritto alla felicità? cosa ci rende felici? si può essere felici da soli? come si fa a essere felici?
Provateci voi a rispondere in sette davanti a una telecamera, sia pure in seconda serata ma comunque con tempi televisivi che obbligano alla rapidità di una battuta. Finisce che ti trovi davanti a una cinquantina di battute e che non te ne ricordi neppure una. Oltretutto devi tenere in mente anche gli aforismi (in verità un po’ troppo bacio-perugineschi) che passano nello schermo: da Prevert a Corbeille all’immancabile Yourcenar).
Ciò che resta della scommessa comunque non è poco rischia di essere solo il contorno: le interviste e certi documenti. Nella puntata sulla felicità, dovendo sentire il parere della «gente», cosa di meglio che un reparto di maternità? Dal luogo della grande speranza, fra donne in attesa e piccoli appena nati, non mancano pillole di saggezza.
Di documenti ne restano in mente almeno due. Il primo viene da un film («8 e ½» di Federico Fellini. Nessuno lo vede più. Peccato) con il famoso, inquietante, confronto nella sauna tra Mastroianni e il cardinale. «Eminenza, io non sono felice»: dice il primo, alter ego del regista. «Il suo compito risponde l’ombra allampanata del cardinale felliniano il suo compito non è questo. Chi ha detto che si viene al mondo per essere felici?».
Ma la storia più inattesa viene dal secondo spezzone. Deliziosamente in bianco e nero racconta una storia folle. 1950. Più di 170 mila persone affollano lo stadio Maracanà a Rio de Janeiro. Si gioca la finale della Coppa del Mondo. Brasile contro Uruguay. Tutti aspettano la vittoria dei padroni di casa ma con un ribaltamento rispetto all’1-0 iniziale vince l’Uruguay. Lo stadio e il Paese intero precipitano nel silenzio muto, nel pianto disperato. Ma accade lo straordinario: il capitano dell’Uruguay non se la sente di gioire. Piange, dentro e fuori dallo stadio, con gli avversari sconfitti. Sente che da soli non si può essere felici. Capisce sintetizza il cronista di allora che quella finale «avrebbe voluto perderla».
Un pezzo da antologia su cui i magnifici sette si esercitano con i loro spot. Alla fine ti ricordi il pianto del capitano vittorioso, non altro (anche se dal taccuino spunta una bella notazione del prete cattolico secondo cui «Se l’altro è infelice, qualcosa presto capiterà anche a noi». Vallo a dire a chi pensa che per frenare le immigrazioni basti alzare qualche muro). Ricordi la risposta del cardinale felliniano, non quella del monaco buddista dal cognome italiano.
In quello studio televisivo e nei nostri salotti attorno a mezzanotte, la scommessa di Rai3 è dunque bella. Merita di essere seguita con attenzione. Ma se invece di sette i «magnifici» si riducessero a due o tre per volta, forse qualcosa in più resterebbe nelle nostre menti abbondantemente intorpidite dalle fregnacce del Pil. E dalle sciocchezze della tv che abbiamo visto prima.