«Ecco perché non sono più uno spettatore di “Mi manda Rai3”»

di Mauro Banchini

Da un venerdì di fine giugno Mi manda Rai3 ha perso uno spettatore. Di certo ne avrà presi molti di più, ma io ho salutato.Una premessa è d’obbligo: in genere apprezzo le trasmissioni a servizio dei nostri diritti di consumatori-utenti. Quando sono serie, rappresentano un ottimo aiuto: per tutti, non solo per i più sprovveduti. Viviamo in un contesto che nasconde a ogni piega la possibilità di raggiri: più i cittadini sono «scafati» meglio è; più esistono serie associazioni di cittadinanza attiva (in Italia ce ne sono troppe e troppo divise su rissosità spesso inversamente proporzionali alla loro effettiva capacità di incidere) e minore può essere il divario rispetto alla potenza di aziende, mercati, istituzioni. Nell’Italia dei tanti canali tv ne vedrei bene, specie con il digitale, uno 24/24 proprio sull’educazione al consumo critico.

Da qualche tempo è però sempre più difficile trovare programmi di servizio che siano sopportabili e non odorino, a loro volta, di piccola/grande truffa. Già un colpo duro lo dette il mitico Marrazzo. Uno che mi piaceva ma poi – da integerrimo difensore di noi consumatori com’era e transitato alla politica – vederlo finire in quella squallida situazione ma, soprattutto, vederlo negare ciò che avrebbe invece fatto bene ad ammettere subito, per me è stato un colpo duro.

Ho molto apprezzato il conduttore Vianello. Ma è stato facile notare che il taglio della trasmissione andava mutando: da casi generali di truffe o raggiri a casi «umani» e spettacolarizzati come show qualunque. Dopo una sfortunatissima parentesi, con una peraltro ottima giornalista, ecco un radiofonico dal taglio intellettuale: Edoardo Camurri. Dalla prima impressione, tutto sommato buona, sono precipitato nella ribellione. Colpa del Camurri? Non mi pare.

Punterei invece proprio sul taglio del programma, su una linea che evidentemente è alla ricerca di qualcosa di nuovo. Ricerca faticosa, vista la puntata di fine giugno. Ricerca che insiste su una showizzazione per me eccessiva anche per i ritmi televisivi.

Già la settimana prima ero rimasto sconcertato dallo spazio (e dal tono) riservato a una vicenda di cui capisco l’interesse mediatico ma che il servizio pubblico dovrebbe (ritengo) trattare in modo diverso: la solita «santona» (però lei e i suoi legali smentiscono tale qualifica) per cui è in corso, in Tribunale, un processo intentato da alcune persone che si ritengono oggetto di violenze.

A rendere più grave la vicenda è che la storia di presunte violenze su minori ospiti di questa comunità nel bresciano sia avvenuta e avvenga nel nome di una «religiosità» purtroppo frequente in certi ambienti troppo facilmente plagiabili. In Toscana ne sappiamo qualcosa con mamma-ebe et simili.

Giustissimo, dunque, mettere in guardia i più creduloni contro certe disgustose strumentalizzazioni di santi e madonne fatte oltretutto con finalità speculative. Troppo spesso il diavolo si nasconde dietro certe «santone» che, per un po’ di soldacci, ci marciano.

Non discuto dunque che una trasmissione a tutela dei consumatori possa interessarsi anche di questo. Discuto le modalità scelte. Discuto lo spazio (enorme) assegnato. Discuto la evidente voglia di fare show su vicende delicatissime. Discuto le risse da pollaio fra legali agguerriti e bene pagati dalle parti in causa. Discuto lo scandalo di mamme/babbi e figlie che si scambiano verità crudelmente opposte e lo fanno non di persona, fra loro, ma davanti a milioni di persone costrette nel triste ruolo di guardoni. Discuto i processi in tv.

Ho provato disagio sentendo avvocati guadagnarsi le loro parcelle sbandierando su quel padre che non è degno di accusare la santona perché a sua volta accusato di aver molestato la figlia (presente in studio).

Ho anche scritto via e-mail la mia protesta. Tutto inutile, certo, ma rivendico il ruolo di utente critico in un servizio oltretutto pubblico. Forse potrai sbandierare, dalla tua, qualche ascolto in più: ma a quale prezzo, ottimo Camurri?