Grande Fratello, le insidie della casa di plastica
di Mauro Banchini
Chiedo perdono, ma non ce l’ho fatta. Ho retto due ore. Da solo davanti al televisorino (scassato) di cucina perché l’apparecchio nobile era prenotato (dalla consorte) per l’ennesima replica di Rocca. Ho capitolato quando Mario, trentenne muratore umbro, annunciando di essere «un tipo liberale», ha spiegato che questo vuol dire «vivi e lascia vivere». L’ho visto entrare nella casa, raggiungere un’altra decina di altri «liberali» e poi ho spento. Incapace di provare un minimo di curiosità per quello che sarebbe avvenuto nella casa del Grande Fratello, giunto alla ottava edizione.
Mi chiedo e chiedo, pronto a ricredermi se qualcuno volesse provare a convincermi che gusto ci sia a sciropparsi ore di una televisione inutile, fatta di frastuono e banalità. Ho provato un unico momento di reale interesse: quando la sempre urlante Alessia non è riuscita a collegarsi con tre ragazzotti che da giorni abitavano una «bolla» trasparente in una piazza romana.
Berto, Elia, Alì stavano in vetrina come scimmiette nello zoo esibendosi dal vivo per un popolino di guardoni. Hanno pelato patate, pulito scarpe. Unico l’obiettivo: uno sarebbe stato scelto dal Grande Fratello e avrebbe potuto entrare nella casa zeppa di telecamere con la speranza comune a tutti gli altri non tanto di vincere il mezzo milione di euro in palio, quanto di farsi vedere, fare la «bella vita», la comparsa in una televendita o in una fiction da quattro soldi, essere pagato per fare il testimonial in negozi di mutande, pizzerie di quartiere, locali di periferia.
È stato scelto Alì. Un extracomunitario è perfetto, come perfetta la ragazza che prima era uomo, o la nonna che si chiama Carmelina: entrata nella casa con il prode Ettore (il marito pelato) e i tre figli siciliani che già in Sicilia son pieni di problemi e non si capisce (o si capisce fin troppo bene) perché stare in tv per fare la figura dei sempliciotti.
L’unica cosa interessante è accaduta in diretta proprio attorno alla «bolla» di plastica. Un gruppetto di senza-casa ha attaccato la falsa casa impedendo il collegamento tv. Ho tifato duro per i senza-casa, ho sperato riuscissero a ribaltare tutto. Speranza inutile: il programma, rallentato di poco, è proseguito senza intoppi con la Marcuzzi sempre più ululante. Neppure gli arrabbiati sono più come un tempo: si fanno fregare alla grande dal marketing di Mediaset.
Per il resto una noia mortificante. E se questa rubrica ha un senso (cercare di consigliare) il consiglio è unico: evitate di guardarlo, questo Grande Fratello edizione numero otto. Fate qualunque altra cosa: tagliatevi le unghie dei piedi, rapinate una banca, scrivete «Linda ti amo» sul muro davanti alla casa di una Linda qualunque, uscite per una pizza gigante alla maialona, fate assegni a vuoto, portate il cane a fare pipì, andate voi in bagno con il libro di Bruno Vespa. Qualunque altra cosa tranne che guardare le false avventure che ti propinano sotto l’ombra della falsa casa dove non accade nulla di autentico.
È un piccolo capolavoro degli orrori: Katia Ricciarelli che non si capisce che ci sta a fare (si intuisce solo che la pagano). Il giovane milanese, figlio di un imprenditore, che entra per primo nella casa e fa di tutto per dimostrare lo stretto rapporto fra la bravura di certi padri e la desolante dabbenaggine di certi figli. Entra nella casa vestito da ricco pacchiano e subito commenta («Carina la location») con un’intonazione che sembra Berlusconi quarant’anni fa. C’è pure una bella ragazza che vive ad Arezzo. Davanti a qualche milione di italiani racconta le sue difficoltà delle quarta settimana. Bella anche un’altra ragazza: fa il medico a Napoli, ma si lamenta perché è sporca (la casa, non Napoli).
Umanità varia, nella casa di plastica. Ma non vi fate fregare: molto meglio rapinare una banca.