I «Dieci comandamenti» tradotti oggi
Ignoro se Domenico Iannacone ha fede. In realtà mi importa poco visto come conduce questo programma (seconda serata, RaiTre, lunedì) che prende il titolo da uno dei fondamenti della nostra fede e racconta I dieci comandamenti.
Un cronista bravo, dotato non solo di tablet ma anche di scarpe, si cimenta in una idea non proprio originale: con un taglio laico e ricorrendo alla cronaca quotidiana, tradurre l’essenza dei (conosciuti?) principi etico-religiosi che stanno alla base della nostra civiltà.
In quello spaccato di Rosarno, in attesa che smetta di diluviare per poter cogliere le arance (per guadagnare 20 euro al giorno, ogni nero di arance ne deve tirare giù almeno 4 quintali), la rappresentanza di Dio è affidata a un gruppo di volontari. Gente comune, fra carità cristiana e solidarietà umana, che prima dell’alba, tutte le mattine, va nelle tende per scaldare una tazza di latte, regalare un sorriso, un mantello contro l’acqua, un maglione contro il freddo.
Tv significa immagini. Difficile scordare il volto di «Alì»: senegalese dagli occhi buoni. Aveva lavorato: raccolto arance come un … nero. Ma, piccolo dettaglio, chi doveva pagarlo non lo ha fatto. Era arrivato da Milano con tanta speranza. Ora si sente umiliato e, sconfitto, rientra al Nord.
Il viaggio verso la stazione di uno dei tanti «Alì», occhi bassi e dignità ferita, accompagnato nella sua macchina da una donna – commerciante che ogni alba passa sotto le tende dei neri a portare un po’ di «festa» – è un viaggio che non si scorda. Così come non ci si può dimenticare Bartolo.
Commerciante pure lui. Di tasca sua ha comprato cinque pullman, ridotti a tre: due glieli hanno bruciati. In contatto con Caritas, Bartolo riempie i pullman fino all’inverosimile con esseri umani («Ce ne sono centinaia. Nessuno sa quanti. Sono i nostri invisibili») portati dal sudicio di casali abbandonati al centro di accoglienza. Per fare rifornimento: pastasciutta calda, calzini, giaccone …
Iannacone è strizzato sul pullman, accanto a Bartolo che guida. Manca l’aria. Un nero si sente male e chiede di scendere. Alla fermata, sotto un diluvio di grandine, ne vorrebbero salire altri trenta. Ma non c’è posto. I volti di Bartolo e Domenico si affiancano: il cronista cerca di spannare i vetri per dare modo all’autista di vedere meglio una strada fangosa.
«Ma chi te lo fa fare?», chiede lo spannatore. «Gesù. Me lo fa fare Gesù», risponde l’autista. E quasi piange davanti a un altro gruppo di disperati che vorrebbero salire ma non possono: il posto manca. Viene in mente la disperazione di Oskar Schindler quando conta gli ebrei in più che avrebbe potuto salvare.
Tra i volti, anche quello di un coltivatore onesto. Per folli leggi di un mercato folle è costretto a vendere le arance a 6 cent. Meglio abbattere le piante, conclude in lacrime. La tristezza che prende vedendo la motosega tagliare alberi … «improduttivi» merita, da sola, la puntata.
Indimenticabili, nella seconda storia, altri due volti: un Teresio vestito di nero da capo a piedi e un prete (meno male lefrebiano, non cattolico) «don» Giulio Maria che benedice al ritmo di Eia Eia Alalà. Intuibilmente uomo di sinistra, Domenico si è sciroppato una domenica a Predappio. Il 28 ottobre: 90 anni prima, Benito marciò su Roma e ora qualche decina di duri e puri, qualcuno pure da Firenze, stanno lì per «una giornata fascista». Cantano «Giovinezza, giovinezza». Santificano la loro festa al ritmo di «Dio, Patria e Famiglia» (tutto in maiuscolo, ovvio).
Lunedì prossimo Non dire falsa testimonianza. Sul profilo Facebook 1.361 «mi piace». Compreso il mio.