Il circo visto in salotto? Ma dal vivo è un’altra cosa

di Mauro Banchini

Nella mia infanzia il circo era, scalcinato, quello che faceva tappa in montagna: quattro persone di assoluta buona volontà che facevano tutto loro, dal montaggio del tendone (che poi era una tendina) all’ingresso del leone (uno solo. Così vecchio che se si faceva scoppiare il sacchetto delle cingomme lui scappava via). Una volta vidi perfino un coccodrillo: così malandato che veniva voglia di portarlo dal dentista.

Ma ho visto anche qualche circo famoso. E, soprattutto, amo il cinema di Fellini. Adoro dunque l’atmosfera retrò del circo, così come trovo esagerate le polemiche animaliste che, ormai, perseguitano questi eroi della resistenza all’omologato.

Ho dunque visto con adeguata perplessità il Circo Massimo Show. Numeri di livello, alcuni belli. Ma il circo non può essere visto in tv: lo spettacolo dal vivo fa a pugni con il registrato. In salotto sai bene che l’equilibrista non è caduto, che il trapezzista lassù a trenta metri ha agganciato la collega, che il leone non ha sbranato, che il coltello non ha ucciso la ragazza. Manca il colpo di scena, nel circo in tv.

Neppure l’ondeggiante camminata della presentatrice «abbronzata», sapientemente inquadrata dal retro, può darti il brivido di una tigre che sarà pure poco sveglia ma, magari, può scordarsene.

Premessa per ricordare una serata estiva con il telecirco. Al via con quattro leoni marini che ballano il tango (ma quanto peserà questo flaccidume che ti riconcilia con i tuoi maniglioni dell’amore?). Si prosegue con «Manuel»: è chiuso in gabbia con cinque leoni e una tigre. Se i primi sbadigliano per la digestione, la seconda pare nervosa.

Nel circo («il più antico spettacolo del mondo» cinguetta, ai bimbi ma soprattutto ai babbi, la fasciatissima presentatrice) le logiche sono diverse dalla ragione. Perché, se no, le quattro ragazze cinesi girerebbero sui monocicli (che già è complicato) con otto piatti in testa (provateci voi!) per tirarseli l’una con l’altra? E a che serve tirarsi ciotole al volo mentre si gira su monociclo? E perché bisogna sempre sorridere?

Mettetevi voi nei panni di «Denny». Vestito da pirata (fin qui facile), fa finta di essere ubriaco (elementare) e sta in equilibrio (cosa semplicissima, soprattutto in politica e nel giornalismo). Il fatto è che «Denny», in equilibrio, ci sta a sei metri d’altezza, su una sfera che sta su una tavola che sta su un rullo che sta su un altro rullo che sta su un barile che sta su un tavolo. E per non farci mancare nulla, «Denny» è pure bendato. Provateci voi. Io, al massimo, posso fare quello che porta il rullo.

Che «Gaetano» sia un illusionista, cioè uno pronto per fare carriera, me ne accorgo pure io che credo sempre a tutto: si fa incatenare e chiudere in un baule per riapparire fuori. Sostituito, nel baule, dalla bella assistente in minigonna. Qualcosa mi dice che sotto quel baule, strategicamente messo su un tappeto rosso, ci sia un buco.

I bambini sono, comunque, estasiati e restano così anche per «Alfredo». Assai in carne, è vestito da Tarzan. Con il classico ululato in sottofondo (che a tutti noi ricorda una antica barzelletta, di quelle un po’ pecorecce), fa entrare un cammello, due struzzi, un lama, un ippopotamo, una zebra, un bue con due corna enormi e un elefante con Olga, la sorella. Di «Alfredo».

Olga e gli animali hanno poca voglia, e si vede, di fare qualunque cosa e il nostro «Alfredo» è un Tarzan assai poco credibile. Molto meglio «Andrei», minuscolo russo che di cognome fa (sic) «Romanowsky» e, per guadagnarsi il pane, si infila in un tubo largo 45 centimetri.

Immancabili i clown. Che sono quelli che dovrebbero far ridere. In questo caso il condizionale è d’obbligo. Ma i bambini ridono. E questa, tutto sommato, è la cosa che conta.