Il «Giro» in tv: manca il fiatone, ma il fascino c’è
In attesa di vedermelo dal vivo, un tappone dolomitico del Giro d’Italia, anche quest’anno mi contento di vederlo in tv. L’ho fatto la settimana scorsa, con un tappino appenninico da Foligno (che grosso modo so dov’è) a Montecopiolo (di cui adesso ho imparato l’esistenza): un tappino dominato da un gruppo di dieci, poi ridotti a tre, poi a uno, poi ancora a due per finire con un altro – fino ad allora saggiamente dietro – scattato alla grande negli ultimi 400 metri per beffare tutti gli altri: un livornese, Ulissi (nella foto), che si è preso la tappa dedicata a quel Pantani, morto dieci anni fa – cito da Wikipedia – «per arresto cardiaco dovuto a presunto eccesso di sostanze stupefacenti». Era su quelle montagne – a cavallo fra Umbria e Marche, Toscana e Romagna – che «il pirata» si allenava. Qui, stando ai telecronisti, «tutto parla di lui» perché «le emozioni della gara si incrociano con le emozioni dei ricordi».
Se c’è una cosa che sempre stupisce il mio animo ingenuo è la freschezza con cui questi signori, i ciclisti, affrontano i microfoni dopo aver salito e sceso, poi risalito e ridisceso, qualcosa fra i 150 e i 200 chilometri per volta. Quasi 5 ore di gara. Velocità media, almeno in questa tappa montana, attorno ai 37 km orari.
Invece dei volti sfatti e dalle voci rotte che uno normale si aspetterebbe, né una goccia di sudore né un minimo di fiatone. Cerco sostegno su facebook e sono invaso dalla spiegazione più ovvia («O fesso che non sei altro, non capisci che si drogano?») alla quale avevo certo pensato pure io, ma sulla quale, ogni volta che arriva la stagione delle grandi corse ciclistiche a tappe, cerco sempre di far finta di non credere. Perché a me, confesso, queste corse – viste in tv – piacciono un sacco.
Piacciono per il solito, retorico, tributo allo sport più faticoso e più bello al mondo (il ciclismo appunto), ma anche per le immagini tv. Cinque moto e due elicotteri mostrano non solo scatti e scivolate, salite e discese, rapporti e ruote bucate, rifornimenti e squadre, campioni e gregari ma anche una Italia – e fra un po’ una Francia – sempre da riscoprire.
In questa edizione del Giro, commentata bene da Francesco Pancani, il compito di narrare mini-storie locali è affidato a Edoardo Camurri. Come la vicenda di don Corrado, «prete imprenditore» che nella Urbania bombardata del 1944 seppe dare speranza a una generazione intera: qualche anno dopo, attorno al prete, in tanti si misero a cucire pantaloni e jeans per quello che sarebbe poi diventato un «distretto del tessile».
Inevitabile, dopo il Carpegna, la discesa verso Pennabilli (che – scopro – è un luogo con due castelli di cui uno si chiama Penna e il secondo indovinate voi) dove era di casa il mitico Tonino Guerra. E di nuovo una salita con il colombiano («piccolo e coraggiosissimo») in testa da un centinaio di chilometri che comincia a perdere lucidità per farsi riprendere da un francese proprio mentre un fesso di tifoso italiano, con in testa due enormi corna, sta per farsi venire un infarto per come corre in favore di telecamera.