«Il mostro di Firenze» fa ancora male

di Mauro Banchini

Può la città della bellezza essere legata alla brutalità? Sì, visto che da decenni tutti troviamo normale parlare, scrivere, perfino scherzare sul «mostro di Firenze» adesso portato in tv, nel digitale Sky e sul web, dalla serie in onda il giovedì alle 21 su Fox Crime intitolata – appunto – Il mostro di Firenze.

Giuro che se non mi fosse stato chiesto di guardarlo per scrivere qualche commento – che a differenza di altre volte mi viene difficile scrivere – io di queste puntate non ne avrei guardate neppure una. È un po’ come per Cogne: luogo che ricordo come incantevole, ma che dopo le note vicende non ce l’ho mai fatta a rivedere. Andando a Cogne – sciocco, vero? – avrei come il dubbio esser diventato un «guardone», di voler provare chissà quale brivido davanti alla tragedia di quel bimbo che non c’è più, ucciso una prima volta in quella casetta e tante altre volte, dopo, anche da illustri commentatori televisivi, uno dei quali – Vespa Bruno – gli farei passare, se potessi, la voglia di fare show alle spalle di un bimbo ucciso.

Idem per il caso Pacciani. In una storiaccia di guardoni e chissà cos’altro, prima di «guardare» quella serie avrei preferito sorbirmi Maria De Filippi (nel senso della cosa più obbrobriosa). Ma ormai l’ho vista, una delle sei puntate, e non posso fare a meno di pensare a quei giovani (16, mi pare) uccisi mentre si impegnavano nell’azione più bella: volersi bene.

Fra i morti ammazzati di Poirot e questi ragazzi, trucidati sulle colline attorno alla città dell’armonia, la differenza è sostanziale: i primi non ti fanno paura e trovano sempre il vero colpevole. Ma davanti agli altri, se sei una persona minimo normale, vorresti essere altrove e se proprio c’è da parteggiare è fin troppo facile scegliere Renzo Rontini, bene interpretato da Ennio Fantastichini (nella foto), o il magistrato che cerca la verità, o il poliziotto che porta le prove o l’avvocato che difende le vittime.

La puntata che ho visto (nulla da dire: efficace) tratta il processo, quello che – ma in primo grado – condannò Pacciani all’ergastolo. Lui che aveva «sempre lavorato come un ciuco nella terra agricola»; lui che a chi porta indizi sulla sua colpevolezza sbotta con un «gli venisse un canchero con lo sbocco»; lui che si spergiura «innocente come Gesù sulla croce» e che recita il padrenostro con la suora; lui, con quel modo buffo di esprimersi e lo stecchino sempre in bocca; lui che «la gente dice che non ha la faccia dell’assassino»; lui che sulle bancarelle spopolava con le magliette «I love Pacciani»; lui che si divertiva, con i suoi «compagni» solo a fare «le merende».

L’eroe buono è Renzo Rontini. Per cercare giustizia (Pia, la figlia, aveva 18 anni quando il 29 luglio 1984 fu uccisa insieme al fidanzato Claudio) rovina finanze e salute: si costituisce parte civile e consente un processo che chi ha una certa età ricorda bene dal vero e che tutti, ora, possiamo vedere con le implacabili regole della fiction televisiva.

La storiaccia del Pacciani ha piene caratteristiche da serial tv. Non manca nulla: la moglie «poverina seminferma di mente», le figlie violentate, la fidanzata costretta a fare sesso accanto al cadavere dell’uomo con cui tradiva il giovane Pietro, i disegni pornografici e quelli esoterici, i santini di Gesù e i libri di satana, il farmacista e il postino, i giovani che si amano e gli sporcaccioni che li spiano, i coltelli e le pistole, le case del popolo e le sette, i media e il guardonismo della gente perbene, la suora e il prete, gli esecutori e i mandanti, le certezze e i misteri.

C’è tutto in questa vicenda su cui sono stati scritti libri, riempiti faldoni, trasmessi valanghe di servizi tv (chissà a cos’altro avremmo assistito se, allora, fosse già stato di moda il web 2.0).

Non so se hanno fatto bene a tirarci fuori una serie. Forse che sì, forse che no. So solo una banalità: c’è una grande differenza fra, non dico Poirot, ma anche il più crudele dei polizieschi, e questa storia di seni tagliati in notti di novilunio. Dopo che hai visto anche la più cruda delle fiction, vai tranquillo a letto. Qui è diverso: Antonio e Barbara, Stefano e Susanna, Jean e Nadine, Claudio e Pia e tutti gli altri furono trucidati sul serio.

E l’idea che, fra i colpevoli, qualcuno possa averla fatta franca, proprio non va giù.