Il ritorno di Lilli Gruber fra Alitalia e marciapiedi

di Mauro Banchini

Bentornata, Dietlinde. Che poi sarebbe Lilli. Che poi sarebbe Lilli Gruber.

Una brava giornalista altoatesina, nata in posti splendidi e con un nome primo che ricorda tanto le montagne, i campanacci delle mucche, le trecce bionde di una bella bambina paffuta; la giornalista che ha inventato un modo originale di porgere – di sguincio – le notizie nei tg più seguiti, che ha raccontato luoghi e vicende di guerra, che non ha mai nascosto simpatia verso la sinistra, che per questo è stata criticata, che – votatissima – ha fatto cinque anni di Parlamento Europeo lavorando anche sodo. Una ex politica che, finito il mandato, riprende il suo mestiere non intendendo ricandidarsi più al ricco esilio di Bruxelles.

Insieme a Federico Guiglia ha preso il posto che fu di Giuliano Ferrara in un Otto e mezzo che nel panorama giornalistico italiano rappresenta un bel prodotto: ogni sera, in mezzora, invece di sorbirsi qualche «paccata» c’è la possibilità – su La7 – di entrare dentro la notizia del giorno.

Dedicate ad Alitalia e prostituzione le prime due puntate. Brava, Lilli, a evitare qualunque retorica iniziale sul suo ritorno: basta un normale «Buonasera» e si entra subito nel merito di «Caste celesti» con una scelta iper dosata. Da una parte il bel pilota – uomo – che dice «no» all’accordo, con il bel pilota – donna – che dice «sì». Dall’altra il ministro Maurizio e l’economista Tito.

Equilibrio che manca la sera dopo quando il compito di difendere la «legge Carfagna» e le ordinanze antiprostituzione spetta a Gianni Alemanno: più volte, il giovane sindaco «nero» di Roma, fa notare che nello studio sono «quattro a uno», cioè i due giornalisti, la donna che difende «i diritti civili delle prostitute», e una acidissima Natalia Aspesi (che però va a segno almeno due volte quando fa presente di non aver mai conosciuto un uomo che abbia ammesso di essere andato con «una di quelle» – Alemanno aveva appena finito di dire, su domanda di Lilli, che lui «di certe cose» non ne ha bisogno anche perché «sposato da molti anni» – e quando aggiunge, la Natalia, che nell’interesse dei minori «allora bisognerebbe chiudere certe trasmissioni tv» dove si vede proprio di tutto. Come darle torto?).

Anche se inferiore come numero, Alemanno se la cava assai bene difendendo la sua posizione e sapendo destreggiarsi fra gli scogli delle inevitabili accuse di «ipocrisia». Sembra convinta persino Dietlinde che ammette di aver passato, l’estate scorsa, «una notte intera nella via dell’amore a San Benedetto del Tronto» ricavandone una penosa sensazione per chi è costretta a vendere il proprio corpo. Finisce con una promessa: rivediamoci fra sei mesi per capire se l’ordinanza «alemanna» funziona o no. «Va bene – conviene il sindaco, sapendo di avere dalle sua la gran parte della gente “comune”, quella che non frequenta i “salotti” – ma la volta prossima fatela, la trasmissione, più equilibrata».

Però c’è una domanda che nessuno, neppure Lilli, ha avuto il coraggio di fare anche se più volte è stata usata la parola chiave (ipocrisia): che fine hanno fatto le intercettazioni telefoniche a «luci rosse» di cui erano piene le cronache di inizio estate? Quelle su «consigli» particolari che una signora avrebbe dato a un’altra signora sui «gusti» di un altro signore?

Fra Alitalia e marciapiedi, Lilli è tornata a fare – bene – il suo mestiere. Magari abbiamo perso un politico che non ci ha fatto sfigurare, ma certo abbiamo ritrovato una brava giornalista. Così brava che non avrebbe avuto neppure bisogno, ma questa è storia vecchia, di rifarsi le labbra o tirarsi gli occhi. È ancora così giovane, Dietlinde, che forse ne poteva fare a meno e d’altra parte è pure bello, come insegna Claudia Cardinale, invecchiare senza ritocchi.

Ma nella società dell’immagine e nella tv dei lustrini, il labbro del giornalista è, ormai, come il vestito di Giorgio Armani indossato da Lilli o quello di Angelo Nardelli indossato da Federico: pesa più della notizia.