In viaggio con Daverio nella creatività contemporanea

di Mauro Banchini

Sarà per il farfallino, sarà per il montaggio veloce del suo Passepartout, sarà perché lo contrappongo con quel vittoriosgarbi che fa tutto per restarmi antipatico (invidioso come sono del suo perenne circondarsi di donne disponibili). Ma a me quel Philippe Daverio lì mi sta proprio simpatico.

Impossibile dunque perdermi l’inizio del nuovo programma (25 puntate, fino a giugno, la domenica su Rai3 ore 13,25) che porta il cognome e lo fa premettere da una parolina mitica (Il capitale). Non poteva che parafrasare l’inizio del testo di Marx-Engels («Uno spettro si aggira per l’Europa . ..»), il buffo Daverio avviando il suo nuovo programma sul valore della creatività e della persona umana. Uno «spettro» modernamente inteso: lo «spread».

Ma Daverio fa subito capire qual è il suo interesse: mostrare esempi di quel particolare «capitale» rappresentato dalle tante risorse umane. Munito di una collezione pressoché infinita di farfallini e giacche colorate, Philippone ci porta a giro per mostre.

Si parte con la Biennale di arte contemporanea a Venezia e bastano poche immagini per rammaricarmi di non averla vista. In genere rifuggo l’arte contemporanea: mi sfugge la differenza fra una ciofeca e un capolavoro. Mi sembra che gli organizzatori giochino un po’ troppo. Mi secca l’impressione che qualcuno, con la scusa dell’arte, mi prenda in giro. Ma adesso ho capito il problema: a queste mostre – dove le opere vanno chiamate «installazioni» se no fai la figura del cretino – bisognerebbe andarci seguendo il farfallino di Philippe. È il solo modo per capire qualcosa e di sicuro per divertirsi alla grande.

Peccato davvero che non ci sono stato: anch’io avrei potuto aggeggiare con il pongo colorato e appiccicare alla parete una mia «installazione» perché – come nota il farfallino – «ogni presente ha diritto di essere un bambino».

Anch’io avrei potuto vedere come, partendo da un Canaletto, «i dipinti si evolvano secondo criteri di modernità possibile». Anch’io avrei potuto realizzare lavoretti per «decorare le aule scolastiche». E anch’io avrei certo provato la sensazione ammessa da Daverio («Il rischio vero è che chi non si sente infantile qui potrebbe sentirsi un po’ cretino»). Sensazione imbarazzante: perché «sentirsi cretino» avendo oltretutto pagato un biglietto d’ingresso? Avrei potuto vedere i duemila piccioni imbalsamati del mitico Cattelan Maurizio. Fecero incavolare di brutto gli animalisti, ma io avrei tifato per l’installazione dell’artista veneto: i piccioni non li sopporto. Avrei potuto vedere le «stanze dei microstupori» con il «percorso del passatempo» che conduce attraverso il «tunnel nero» verso il «drago dello spavento» in una «stanza dove tutto si scioglie».

Solo adesso, in tv attorno all’ora di pranzo e prima del tg toscano, ho capito ciò che ho perso. L’ho capito grazie al farfallino che mi ha accompagnato nei «padiglioni nazionali» di Venezia 2011 facendomi pure imbattere nel suo amico Sgarbi. Ovviamente accompagnato da una bomba di donna, Vittorio portò in Biennale duemila artisti italiani (uno per piccione) facendoli scegliere a suoi amici e scegliendone lui in quello che Daverio chiama «il primo tentativo mondiale di democratizzazione delle arti».

Daverio presenta due signore, entrambe «artiste», con le relative installazioni: una – spiega – è stata scelta da Sgarbi e l’altra da Sergio Staino. Tento di indovinare, ma indovinare è facile visto che solo una fra le due «artiste» mostra alla grande il suo personale, e abbondantemente rifatto, «capitale» fisico: Sergio Staino scelse l’altra, quella che installa foto di libri carbonizzati.

Il viaggio di Philippe nella creatività contemporanea (a proposito: quando il critico incontra gli artisti non gli manca mai un «bravissimo», un «bene», un «ottimo», un «complimenti». Ma con un’intonazione fra l’ironico e lo scanzonato che ho proprio l’impressione nasconda una sostanziale presa in giro. Ma forse mi sbaglio) il viaggio prosegue al salone del mobile di Milano. Con la creatività nel design.

E qui mi colpisce un oggetto: una sedia girevole. A starci sopra in equilibrio dev’essere proprio divertente. Ma chissà quanto costa.