La Carlucci urla per tre ore e le «stelle» stanno a ballare

di Mauro Banchini

Vi è un mistero (anzi due, anzi tre) in tutta ‘sta baracca per farci passare il sabato sera Ballando con le stelle: il concetto di «stelle». Forse ci si vuole riferire all’astrologia che fa dire a un tizio chiamato Branco «è stato Giove che li ha fatti incontrare». Forse si vuole intendere Filiberto Emanuele, Roncato Andrea, Monopoli Andrea. Immagino sia più credibile la seconda scuola di pensiero: a battersi a suon di merengue, tango, valzer sono «star» televisive e di una tv che i personaggi li mangia a tonnellate. «Stella» – siamo sinceri – è concetto eccessivo.

Sono partiti in dodici, compreso un principe e una schermitrice, accompagnati da dodici professionisti del ballo: il loro compito è farsi eliminare due per volta. Si preparano per l’intera settimana in prove «faticosissime» (fare la spesa con la social card vuota è nulla a confronto) e sono votati da una giuria di personaggi tv. Resta il mistero delle «stelle» in un programma dove sembra divertirsi molto la sempre urlante Carlucci Milly (urla all’inizio e continuerà così, a urlare giuliva, per più di tre lunghe ore lasciandoci credere che le interessi qualcosa sapere se la «stella» destinata a cadere sarà Roncato Andrea o Alt Carol).

Mistero numero due: il televoto. Ma ci saranno davvero, mi chiedo, milioni di italiani che con il «fisso» o il «mobile» si appassionano così tanto da telefonare per far salire questa o quella «stella», oltretutto spendendoci pure di tasca propria?

È una piccola tassa che molti accettano di pagare e consente l’illusione non solo di partecipare ma anche di essere determinanti nientedimeno che a far ballare le stelle. Ma a me la sola idea di un italiano normale che alza il telefono e spende 0,75 centesimi per «far salire» Emanuele Filiberto, fa rabbrividire. Ma certo sono io che sbaglio.

Mistero numero tre: la durata. Il programma l’ho registrato: spesso tenendo premuto il tasto «avanti veloce», l’ho visto per tutte le prime tre ore, ma poi non ce l’ho fatta più. Non so quanto, ancora, possa essere durato (presumo un’altra mezzorata) e sono ancora a chiedermi perché debba durare così tanto e se davvero a milioni di connazionali non è venuto sonno prima, se non avevano altro di meglio da fare, come si possa resistere per conoscere se Filiberto ce l’aveva fatta o no.

Con tutto il rispetto per i tanti che conosco affezionati ai ballerini del sabato sera, il programma continuo a trovarlo noioso e, soprattutto, lungo. È come certi film («bastava durasse mezzora di meno»), ma qui bisognerebbe salire a un’ora e mezzo («bastava durasse solo due ore»). Arrivo perfino a capire che l’idea di base può essere intrigante: ballerini di professione che «insegnano» le loro tecniche a chi nella vita fa altro. Ma qui gli «studenti» appartengono già tutti al … rutilante mondo dello spettacolo o dello sport: tutti abituati a muoversi, e sotto i riflettori.

Forse sarebbe davvero più carino se prendessero gente comune, persone i cui unici movimenti fisici sono limitati a salire sedici scalini al giorno, gente sciolta come un legno di larice stagionato, esseri allergici al ballo (ad esempio il sottoscritto): questa sì – o sempre urlante Carlucci – sarebbe un’idea.

Un punto divertente l’ho comunque trovato: i commenti della giuria. Cattivi («Resti una caldaia che balla», ha detto un giurato alla povera Vezzali) e a volte offensivi (su quel riferimento ai «piedi da muratore» che avrebbe l’attore Aiello, a offendersi tirando le pietre dovrebbero essere i muratori).

Al fascinoso bell’Alessio, un giurato – invidioso del fascino – per negare valore a un ballo «statuario» ha sibilato parlando di «tango di Carrara». Mentre tale Mariotto, uno che non so chi sia, ha bollato Emanuela e Roberto con un giudizio estetico («avete il lato b identico») non so quanto gradito.

Gran finale. Se mi chiedete chi è stato eliminato devo rispondere «non lo so e neppure mi interessa». Se mi chiedete se sabato prossimo ripeterò l’esperimento, rispondo con due parole. «Col cavolo».