«La Corrida», se il prete è un dilettante allo sbaraglio

di Mauro Banchini

Una delle concorrenti, napoletana piacevole e orgogliosamente rotondotta, si è esibita in un’assai mitica danza: quella del ventre. Poi è arrivato lui: una bella figura di giovane prete toscano che, nel sabato sera della Corrida, ha cantato – con risultato neppure poi tanto disprezzabile – La calunnia dal «Barbiere di Siviglia». Con quella scusa, don Donato ha avuto modo di far passare il discorso che gli stava a cuore. Lui, del movimento Shalom, era lì per far passare nella più popolare trasmissione del sabato sera, un segnale forte: attenzione per il sud, solidarietà ai poveri, lotta contro le ingiustizie.

Shalom è il gruppo di cooperazione che, in accordo con le coop un tempo «rosse», aiuta l’agricoltura di una parte d’Africa con l’esportazione di fagiolini e punta sull’adozione a distanza. Don Donato, alla Corrida ha pensato di andarci solo per questo. Ma forse nessuno gli aveva parlato dei punti 150 e 151 di un documento Cei, assai noto fra gli addetti ai lavori nel rapporto Chiesa-media: il Direttorio sulle comunicazioni sociali.

In particolare si è risentito il vescovo di San Miniato, mons. Fausto Tardelli, che della missione tv del suo prete non l’aveva appreso dal prete stesso ma, nei giorni precedenti, dalle cronache di un quotidiano.Giudicato «futile» il programma (e che La Corrida sia futile, in effetti, non ci piove. Resta comunque uno dei pochi programmi puliti che la prima serata sia in grado di offrirci. Assai più «futili», per non dire «perniciosi», altri programmi che pure i nostri bravi cattolici sono in prima fila a bersi da una settimana all’altra), mons. Tardelli ha vietato al suo prete di andare in quello studio tv. Il prete c’è andato lo stesso. Poi si è scusato con il suo vescovo per una «gravissima insubordinazione» (e qui c’è forse un po’ di autoironia tutta toscana) assicurando comunque «che non si ripeterà mai più».

Con tutta la simpatia per un prete che, tutto sommato, ha predicato sui tetti comprendendo l’importanza di raccontare Parabole anche attraverso le parabole e che ha saputo bucare lo schermo tv con un segno positivo, c’è da dire che il richiamo di mons. Tardelli trova più di una giustificazione.

Lasciando perdere il diritto canonico, sono proprio quei due capitoletti del lungo documento Cei che danno ragione al vescovo. La presenza («qualificata e in contesti adeguati») di presbiteri, religiosi e religiose «può essere valida e da promuovere». Si rinvia – nel documento – al saggio concetto del «caso per caso» e si evidenzia come «doverosa» la necessità di richiedere «le eventuali autorizzazioni». Un prete che voglia partecipare a trasmissioni radio o tv («che trattino questioni attinenti la dottrina cattolica o la morale») deve quindi essere autorizzato dal vescovo. C’è l’invito ad astenersi «comunque» dall’intervenire «in programmi di mero intrattenimento e quando la loro presenza può suscitare turbamento o scandalo nei fedeli». C’è il suggerimento di consultare il competente «Ufficio per le Comunicazioni Sociali». E c’è, appunto, il divieto di intervenire in trasmissioni «superficiali» o «futili».

La ratio è chiara. Tempo fa, per fare un esempio riferito a una trasmissione davvero scandalosa in quanto stupida, si era sparsa la voce che a un’edizione del Grande fratello avrebbe partecipato addirittura un prete. È evidente che quella presenza sarebbe stata più che inopportuna. E in effetti non ci fu.

Il «150» e il «151» introducono dunque giusti criteri di prudenza in un campo complesso. Fa bene la Chiesa a darsi regole (ed è giusto che le regole siano conosciute). Speriamo almeno che il pubblico abbia colto il senso di quella presenza da dilettante allo sbaraglio e il messaggio della necessità di difendere i poveri.