La luce e i colori del Caravaggio

di Mauro Banchini

«Arrogante, amorale, violento, in combutta col diavolo. Dicono siate così». È il cardinale Francesco Maria Del Monte, protettore di Michelangelo Merisi detto Caravaggio, a dare questa definizione che nella Roma papalina di fine Cinquecento circolava nei confronti di un artista appena approdato – in prima serata su RaiUno – agli onori della fiction quarant’anni dopo un altro sceneggiato, sempre Rai, con il pittore allora tradotto dal grande Gian Maria Volontè. Adesso il compito è toccato ad Alessio Boni con regia di Angelo Longoni e fotografia (si è visto bene) del mitico Vittorio Storaro.

Doveva essere certo un tipino, Michele, fra osterie e risse, prostitute e polemiche. Ma non lo erano da meno papi e cardinali in quella Roma che mette al rogo Giordano Bruno (efficace la resa tv della brutta fine fatta fare al filosofo mentre, impalato, brucia nella piazza dal nome poetico dove adesso si ritrovano anticlericali e perdigiorno). Papi e cardinali che piacerebbe sapere se poi sono finiti in Paradiso oppure se, ancora, sono in Purgatorio a espiare le grandi ipocrisie. A proposito di resa tv, difficile dimenticare la bella cortigiana (aggettivo superfluo: si è mai vista una cortigiana brutta?) denudarsi davanti a un cardinalone arrapato, per far togliere la pena di morte al pittore.

Come tutti sanno, compreso perfino chi scrive, di Caravaggio si ammirano molte cose ma una, in particolare: la luce. Sia quando è illuminata che quando è oscurata. E in questo nuovo Caravaggio tv molti i particolari che rimandano alla luce: dal titolo, scolpito proprio dal fascio di luce accecante, al racconto di come Merisi smantella una parte di tetto per far entrare i raggi del sole (ma subito dopo entrano anche gli scrosci di acqua piovana). Per non parlare di quando, quei bravi cavalieri di San Giovanni in cui lo stesso Merisi era comunque riuscito ad affiliarsi, lo ficcano in prigione proprio nel fondo di un cunicolo: rissoso come al solito, aveva finito per mandare a quel paese un capo dei mitici cavalieri di Malta. E giù in prigione, a cercare una luce che in fondo al cunicolo arrivava assai malata. Altre scene rese molto bene (e altri comportamenti veri che nella vita reale gli procurarono parecchi guai. Ma oggi il Caravaggio è grande proprio anche per colpa di quei guai): quando attinge, per i modelli dei suoi quadri, dalle bettole e dai lebbrosari o quando, per dipingere la Madonna, cerca ispirazione in una delle tante sue donne, non sempre costumate alla perfezione (ma in compenso ci pensavano i signori della Curia – sepolcri imbiancati, li avrebbe chiamati il «Capo» – a rispettare certe altre regole). «Come fate a farla così bella?», gli chiede qualcuno. E lui, parlando come un libro stampato (nelle fiction parlano tutti come libri stampati, compreso il povero Giordano Bruno che sta per bruciare però rifila dei discorsi che neppure in cattedra …), lui, il Caravaggio, spiega: «Osservo, guardo la natura, guardo i colori».

Gli contestano che un santo con le gambe accavallate non è un santo, che alla Madonna manca l’aureola. Lo accusano di aver usato prostitute per raffigurare la madre di Dio. Gli contestano certi vuoti in alcuni quadri che per lui «vuoti» non sono. E lui, fumino, non porge l’altra guancia. Fa a botte di continuo. Finisce che lo processano e lo condannano alla decapitazione. Grazie al «sacrificio» della bella cortigiana di cui sopra, il papa lo riabilita. Ma è troppo tardi.

La malaria – ce l’aveva da un pezzo – lo finisce proprio da noi, in Toscana, sulla Feniglia di Porto Ercole. È il 1610. Caravaggio muore a 39 anni. Figurarsi cosa avrebbe ancora dipinto se le aspettative di vita fossero state, allora, almeno analoghe a quelle odierne: quando a raccontarci le grandi storie di gente importante, a noi in pantofole, ci pensa la Rai.

«Voi avete una parte luminosa bellissima, ma una parte in ombra che nasconde il peccato». Lo dice al Caravaggio la bella amante posando come Maria. In una fiction che non è certo stata fra le peggiori.