La Rai «replica» ma Derrik è sempre un regalo gradito
di Mauro Banchini
Che anche quest’anno, nei caldi (speriamo) sabati d’estate, la Rai passi per la cinquantesima volta? gli episodi dell’Ispettore Derrick (scomparso come uomo qualche tempo fa, ma destinato a restare per l’eternità come attore, interprete di una polizia sensibile, anche se tedesca di Germania) io lo considero alla stregua di un regalo personale fattomi dall’azienda.
Per la serie: ti penalizziamo come cittadino perché non ti facciamo sapere, con TG faziosi, ma almeno ti regaliamo il brivido di rivedere, per l’ennesima volta, uno degli oltre 280 episodi di Derrick. Magari Una valigia da Salisburgo. Uscito in Germania, la prima volta, il 24 agosto 1975 («Ein koffer aus Salzburg») e in Italia il 7 dicembre 1981. L’episodio racconta di una donna uccisa in una stazione ferroviaria e dell’assassino che, nonostante l’impaccio di una pesante valigia, riesce a fuggire. Ma Derrick indaga, scopre che l’uomo è protetto da una potente organizzazione. E lo smaschera. Come sempre. Perché Derrick ha sempre smascherato l’assassino giusto. E subito dopo è sempre ripartita la sigla.
L’ho visto chissà quante volte. In certi episodi conosco le battute a memoria. Ma lo rivedrei in eterno. Come «Isoldes tote freunde» (Gli amici morti di Isolde) o «Mann in regen» (L’uomo sotto la pioggia). Per non parlare di «Offene rechnung» (Conto aperto. Uno dei migliori: mi delizia dal 20 marzo 1979, è il quarto della serie e racconta come alcuni terribili vecchietti escano dall’ospizio per rapinare uffici postali).
Uno dei miei libri più consultati è «Grazie, Derrick», uscito una decina di anni fa per i tascabili Bompiani: è la guida ufficiali, indispensabile per noi derricchiani, sull’ispettore di polizia più amato dagli italiani. Quando passa un episodio con Horst (Tappert) e Fritz (Wepper), io non esisto: può telefonarmi anche il Papa (a essere sinceri non mi è mai capitato, ma mai mettere limiti alla provvidenza) e io non rispondo. Aspetto la sigla finale e poi, casomai, faccio il «400» per vedere chi diavolo era a rompere le scatole.
Dunque onore all’azienda di Stato che, Derrick, me lo fa rivedere, puntuale, anche quest’anno. In verità mi fa rivedere anche La Signora in giallo. E anche Il commissario Rex e chissà quante altre cose già viste e riviste. C’è addirittura chi ha proposto, ed è una seria associazione di consumatori, che la Rai ci restituisca almeno un dodicesimo del canone: i miei soldini, all’inizio dell’anno, glieli ho dati in carta buona; perché dunque ricevere, per due mesi all’anno, programmi in fotocopia? Da derricchiano convinto, non aderisco alla protesta Codacons, però una cosina gliela voglio dire. All’azienda.
Mi riferisco al disonore di interrompere per tre mesi i programmi di servizio e di approfondimento che, come Derrick, mi procurano una sana e consapevole libidine. Penso a Mi manda Rai3, ma pure ad altre serate di godimento giornalistico («Report», «Anno Zero», «Ballarò»). Può essere che d’estate tutti si guardi un po’ meno la televisione, ma perché non tentare con una controprova?
Resterà domanda senza risposta. E non mi resta che sperare in «Kein ende in wohlgefallen» (Nessun lieto fine, prima visione italiana 25 gennaio 1991. C’era ancora la dc. C’era ancora il pci. C’era ancora l’msi. Andreotti governava. Berlusconi ci stava pensando). Racconta di una fotomodella, ovviamente «giovane e bella», che si uccide perché non sopporta il ricordo di uno stupro da parte di due individui, clienti dell’agenzia del fidanzato che galantuomo come pochi era consenziente. Il fratello della ragazza uccide i due stupratori. Derrick potrà impedire solo il terzo omicidio, quello dello «scellerato fidanzato».
Grazie, amico Derrick. Con te non si invecchia mai.