«Le frontiere dello spirito» per riconciliarsi con la tv
di Mauro Banchini
Cercate un bel modo per iniziare la domenica? Scegliete Le frontiere dello Spirito, spazio tv di cultura religiosa curato da Gianfranco Ravasi e Maria Cecilia Sangiorgi.
Siamo sull’ammiraglia di Mediaset: la stessa che poche ore prima, il sabato sera, manda le banalità del «Bagaglino», le stesse regalate da Silvio all’amico Wladimiro per ricambiare le danzatrici del ventre che Wladi gli aveva fatto vedere mesi fa, in Dacia.
Ma la domenica mattina, quando i due eroi ancora si riposano nella Sardegna nel «dopo ballerine», arriva severo e colto l’ottimo Ravasi. Queste «frontiere» sono un buon programma. Registrate in una chiesa romana sempre diversa ma comunque sempre bella, con una sigla che raffronta cose normali (una tv al plasma, una piastra del gas) e un oggetto decisamente «altro» (la Bibbia), ecco 45 minuti di tv che riconciliano con la tv.
Siamo attorno alle 9. L’ora magica quando di domenica si può stendere con calma la marmellata alle albicocche e il caffè è appena fatto. Fra poco c’è la Messa. È bello sentire in anticipo una delle letture. Legge un attore. Pause e accenti giusti. Finalmente capisci ciò che viene letto (accidenti, ma perché in chiesa è così difficile trovare lettori che riescano a farti gustare, anche con la necessaria lentezza, quella stessa Parola?).
Arriva Ravasi. Con tempi televisivi (brevità e chiarezza compresi) dalla Parola sceglie una parola (domenica scorsa, da una lettera pietrina, ha scelto «santità») e la commenta. Per spezzare i tempi, l’artifizio è quello delle «schede». E il ragionamento esce fuori chiaro: si voleva aiutare la riflessione sul rapporto fra «santo» e «sacro». Con schede, immagini, sottofondi musicali (pianoforte sui mosaici di Ravenna per evidenziare il delicato equilibrio fra santità e sacralità; archi sulle foto di «Rosa Bianca», i resistenti tedeschi contro il nazismo vincente, per sostenere il cristianesimo come servizio alla giustizia), ecco che Ravasi arriva a regalarci il senso di quello che, poi, riascolteremo a Messa.
Ma ci regala anche qualcuna delle sue citazioni (che uno sempre si chiede come diavolo mai farà, questo benedett’uomo, a saperne sempre così tante). Domenica scorsa da Albert Camus a Giovanni Pascoli finendo con un mistico musulmano del IX secolo che ricordava l’obbligo, per i santi, di non distogliere gli occhi dalla vita terrena e, per noialtri, di non distoglierli dalla vita eterna. Assist perfetto per la seconda parte. Giornalistica. Con una Maria Cecilia Sangiorgi a giro per il mondo per portarci in casa, adesso che la marmellata è finita, le tristezze e le speranze dell’uomo planetario.
In queste settimane è in America Latina. Dalla capitale dell’Honduras lancia un bel servizio su ciò che accade in una parrocchia di periferia grande 8 chilometri quadrati ma dove vivono 120 mila abitanti.
Fra i preti che testimoniano Cristo in una realtà complessa, c’è anche don Beppe: missionario viene dalla Ciociaria in una zona a forte densità delinquenziale, con spaventosi baratri fra ricchezza e povertà, dove i turisti non arriveranno mai perché non c’è proprio nulla di turistico da fotografare.
Qui hai la prova che Silvio, a quest’ora, deve ancora riposarsi dalle grandi fatiche bagaglinesche. Don Beppe parola esplicita, barba bianca, maglietta a righe parla come un comunista qualunque. Sulla rete ammiraglia di Mediaset ragiona ancora, figuratevi, in termini di «classe»: qui racconta è scomparsa la classe media; ci sono solo le altre due «classi», i tantissimi poveri e i pochissimi ricchi.