Le sorprese di quell’albergo retrò senza televisione sul lago di Como
DI MAURO BANCHINI
Lo tengo nascosto. Non lo rivelo, neppure sotto tortura. È il nome di un albergo sul lago di Como dove, da anni, mi capita di andare per qualche ponte di relax (a molti il lago mette malinconia, a me no. Che volete farci: mica tutti siamo uguali?) trovando un’atmosfera magica. A rendere delizioso il tutto non è solo la posizione sul lago con un giardino dove si sta da dio; non è solo il parquet in legno di un secolo fa. C’è altro: l’assoluta assenza di apparecchi tv. Qui, nell’hotel segreto, è davvero possibile il fascino, alternativo, di stare qualche giorno a digiuno di tv.
In verità, di apparecchi, uno c’è: nascosto nella sala più piccola, è un plasma dell’ultimo tipo. Ma è l’oggetto meno guardato in assoluto: nell’ultimo ponte, qualche mezzora l’ho guardato anch’io; giocava la Fiorentina e volevo vedere come, purtroppo, è andata. Peccato che il segnale secondo me apposta prendesse male e peccato che una famiglia, con tre bambini, ospite in albergo fosse scozzese: tragico stare accano ai perfidi pargoletti che non risparmiavano (educati?) sfottò, da me ricambiati nell’intervallo quando, padrone del telecomando, li ho costretti a sorbirsi Sgarbi-Travaglio su Grillo.
«Fiorentina-Rangers» a parte, e a parte qualche altra cosa del tutto privata, che si fa in un albergo retrò sul lago di Como senza un supporto tv? Davvero un sacco di cose. Si può parlare, ascoltare uno che tenta sul pianoforte, stazionare nel posto migliore davanti al caminetto acceso guardando il gatto bianco che si stira, scrivere un’impressione sul registro ospiti, andarsi a ricercare le impressioni dell’anno prima, giocare a scacchi (ma non sono attrezzato), risentire Puccini con l’i-pod, leggere un libro.
Qualche anno fa, qui ho letto in due serate l’ultimo di Terzani. Adesso mi è capitata un’intervista di Giulietto Chiesa a Gore Vidal, intellettuale Usa critico su tutto, con un titolo profetico («Se controlli i media è fatta»). A pagina 58 una domanda breve («Come siamo arrivati a tutto questo?») seguita da una risposta lunga. Aveva appena finito, Vidal, un ragionamento sulla inevitabile guerra che ha seguito l’11 settembre ed ecco la risposta. «L’unica forma di arte che abbiamo creato e perfezionato è la pubblicità televisiva».
Parla per gli USA, ma parla anche per noi, che «non abbiamo nient’altro da vantare a nostro merito: solo il tentativo di persuadere la gente a comprare cose che non le servono, con tutta probabilità le fanno male e magari le scoppiano in faccia, occultando tutti i difetti dei prodotti che la obblighiamo a comprare».
Qualche riga sotto una domanda che piacerebbe proprio fosse a esclusivo uso dei cittadini yankee. «Una volta scoperto quanto fosse facile vendere un detersivo che costa circa mezzo penny la scatola, perché non vendere nello stesso modo il presidente, prodotto fasullo come il detersivo?».
Se, sul lago di Como, l’albergo avesse avuto un tv in camera, non solo non avrei letto Vidal ma non avrei neppure cacciato via, davanti al caminetto, quel maledetto gatto bianco che aveva osato pisolare sulla mia poltrona sostenendo bugiardo che era la sua.