L’«Hotel Patria» di RaiTre, programma che convince

di Mauro Banchini

Lo giuro. Non ce la faccio più a guardare i vari Ballarò (gusto avidamente Crozza e poi passo altrove) con i Santoro (vedevo il primo servizio e poi passavo altrove), i Lerner (un po’ meglio, ma che pizza!), le Gruber o le Costamagna di turno: tutti impegnati a non farmi capire un tubo rispetto a ciò che accade nel Paese. Fanno finta di farmelo capire: in realtà sono perfino di ostacolo.

Non ce la faccio più (qualunquismo che avanza?) a sorbirmi la triste compagnia di giro dei soliti dieci politici piacioni e furboni che, con i soliti dieci giornalisti più «politici» dei politici, si sovrappongono e urlano forse pensando di risultare efficaci. In realtà comunicano un misto fra noia e tristezza, banalità e scontatezza, arroganza e maleducazione.

Quando questi talk politici partirono, non me ne perdevo uno. E ho continuato, imperterrito, per anni. Adesso trovo che tutto sia inutile e ripetitivo: visti uno, visti tutti. La frase più ricorrente? «Io non ti ho interrotto, fammi parlare». E giù a interrompere.

Sono dunque alla ricerca, come penso molti, di forme nuove di giornalismo televisivo. Vo sempre matto per Milena Gabanelli o per Riccardo Iacona. E ho guardato con attenzione l’avvio di Hotel Patria il nuovo programma di Raitre condotto dal direttore del quotidiano La Stampa (4 puntate dal 6 giugno scorso in prima serata ogni lunedì. E in diretta).

Aspettavo con interesse la seconda puntata, lunedì scorso. Ma all’ultimo momento è saltata per dar modo alla Bianca Berlinguer di condurre il solito, noiosissimo, talk sui risultato referendari. «Io non ti ho interrotto, fammi parlare».Mario Calabresi, nel suo esordio con Hotel Patria, mi ha convinto. La sfida Auditel l’ha persa alla grande: eravamo davvero pochi a guardarlo (un milione e 532 mila spettatori. Share basso: neppure il 6%. Una sciocchezza nei confronti del 16% raggiunto da un comico, Enrico Brignano, che a me neppure fa ridere con una fiction che certo non passerà alla storia. Ma io, ai dati Auditel, mi picco di non crederci troppo).

Il programma mi ha convinto. E vorrei consigliarlo nelle successive tre puntate: lunedì prossimo, ad esempio, si parlerà dei giovani detenuti nel carcere napoletano di Nisida con la loro passione sfrenata, spesso movente di crimini, per gli abiti firmati. Ma si racconterà anche di una Procura del Sud dove la maggior parte dei magistrati sono donne. E si darà spazio a una suora di clausura in un convento del Nord.

«Parliamo di storie così come le vivono le persone – ha spiegato Calabresi – di temi per i quali si usano tante parole ma sempre in termini di dibattito politico o di posizioni contrapposte. Noi invece, questi temi, vogliamo raccontarli attraverso storie di persone non straordinarie».

È pacato, Mario Calabresi. Apparentemente timido. Ha diverse caratteristiche per non essere un «televisivo» (almeno secondo l’accezione deteriore che questo concetto ormai si è conquistata) ma proprio per questo a me convince. Nel suo Hotel Patria abitano persone comuni, non straordinarie, che sono riuscite a superare i tanti problemi della vita. E poi appare lei, Nicoletta Orsomando, un mito della grande televisione italiana: età incerta, sorriso ancora dolcissimo, rilegge lettere inviate – negli anni Cinquanta – dagli italiani ai giornali. Sembrano passati secoli (ieri guardavo un film in bianco e nero. Anni Sessanta: una ragazza diceva orgogliosa, al marito, di averlo sposato «davanti alla Madonna». Tu pensa oggi …).

Una fra le storie della prima puntata mi ha colpito, anche perché conosco bene i posti. In un paesino sul lago di Como nascono le barche a vela migliori al mondo: le costruisce, senza smettere di vendere carne nel negozio, un bravo macellaio che in questo modo («per amore») prosegue l’attività del fratello morto. E le costruisce in uno stanzino da cui nessuno potrebbe pensare che escono «le Ferrari della vela».

E un grande spazio viene dedicato ai bambini, quelli nati nel 2.000. Quelli che nel 2.050 di anni ne avranno cinquanta. «Noi adulti facciamo fatica a immaginare il futuro – dice Calabresi, alla sua prima esperienza di conduttore televisivo – i bambini invece tentano di darsi una prospettiva».