«Liberi di giocare», la fiction entra in carcere
di Mauro Banchini
Peccato per il finale. Fastidioso quanto lo spot di Vespa che annunciava la puntata dedicata al solito delittaccio.
Eppure: sarà perché sono entrato in qualche carcere, sarà perché ho in mente l’angoscia delle celle e il senso di liberazione quando si esce, ma la storia («Liberi di giocare»), mi è parsa convincente. E utile.
Partita da un fatto vero (nel 2002 un carcere milanese ospitò un campionato calcistico giocato da una squadra di detenuti), la finzione ci ha fatto entrare nel mondo scuro di un carcere: con le dinamiche che vi abitano, le regole, le violenze. E anche le speranze.
La storia racconta due fratelli: entrambi bravi calciatori, uno ha sfondato diventando ricco campione, poi bravo allenatore, l’altro è finito nell’eroina e poi in carcere. Più odio che amore. Ma alla fine si abbracciano: il calcio pulito ha fatto il miracolo.
C’è la la brava (bella e coraggiosa) direttrice del carcere: dà credito al bravo (bello e coraggioso) allenatore perché rilevi la squadra. Allenata da un mezzo delinquente che con la scusa del calcio riforniva di eroina il boss dei carcerati, la squadra diventa tale e comincia a vincere. Per inciso: campione e direttrice finiranno presto a letto.
Si intrecciano storie di detenuti, compreso Leone: vorrebbe un figlio («possiamo farlo, oggi le leggi sono cambiate») per ricominciare. Ma la compagna non se la sente e lui finisce per farsi il male estremo impiccandosi con i lacci delle scarpette da gioco dei compagni. Senza dignità fino in fondo: compresi e il dettaglio avvilisce la direttrice i calzini rattoppati.
Storie parallele riguardano i figli: quello di Silvia, la direttrice separata dal marito. E poi la nipote dell’allenatore: si vergogna del padre carcerato salvo poi ritrovarlo proprio grazie al riscatto del calcio.
Uscita in contemporanea alla tragica fine del giovane tifoso romano, la storia ha raccontato vicende lontane di un calcio lontano. Strano perché pulito.
Partite sempre giocate in casa (questi campioni non possono andare in trasferta) con un pubblico affacciato fra sbarre scrostate e agenti in maggioranza positivi anche se non mancano mele marce (e per non mostrare queste mele qualcuno, inutilmente, ha chiesto la sospensione della fiction).
Una storia di riscatto. Per ricordare che un carcere dovrebbe servire a questo: aiutare in un cammino di dignità ritrovata chi ha sbagliato ma può ripartire.
Peccato solo per il finale. E per il coltellaccio di Bruno Vespa.