ll microfono delle banalità, 4 cronisti per il calcio in tv
di Mauro Banchini
Sono indispensabili quattro cronisti quattro per una partita di calcio? Forse sì, visto che uno la racconta per dire ciò che ciascuno di noi vede da solo, uno la commenta, il terzo spiega «la panchina». E il quarto? Fa il gossipparo dalla tribuna e interviene solo due volte: per dirci che la «la figlia di De Rossi si sta addormentando» e che «dietro di me, c’è la moglie di Gattuso». Notizie essenziali in una partita la prima con l’Italia in questi Europei finita con una sonora, e per quanto ne capisco, meritata sconfitta. I giornalisti al seguito sono parecchi altri. Ma restiamo sui primi quattro. È appena iniziata, la partita con l’Olanda, e uno dei due ci spiega che Cannavaro, acciaccato ma comunque presente in panchina con un paio di stampelle, «ha voluto rimanere insieme ai compagni». A scuola, forse, la maestra segnerebbe errore. Ma chi se ne accorge più? Oltretutto il cronista ha l’alibi della diretta, mica come quella sua collega (Tg2 di giovedì 5 giugno ore 20,45 circa): riferendosi non ricordo bene a cosa, concluse con un «sarebbe meglio che queste iniziative non si moltiplichino» decisamente naif.
Tornando ai due, i ruoli prevedono che uno registri e l’altro frema. Il secondo, in effetti, sta sempre sopra le righe. Capisco l’importanza di ciò che dovrebbe fare: fornire anche a me i fondamenti tecnici di ciò che l’altro, invece, spiega per filo e per segno. Peccato che anch’io lo abbia visto da solo che Di Natale è scivolato. Non guasterebbe mi chiedo, consapevole di quanto oziosa sia la questione un po’ più di silenzio?
Palla al centro. Il fremente che porti jella? ricorda che «non abbiamo mai perso una gara inaugurale» e incita ad «andare in finale grazie a una eroica partita». Peccato che l’Olanda segni subito il secondo goal. Ineffabile il commento («Era quello che dovevamo fare noi e invece l’hanno fatto loro»). Dal bordo campo, Paris piange che «in panchina c’è tanta, tanta amarezza». Mi piacerebbe sapere quanto lo pagano, l’ottimo, per darci una bomba del genere.
Il fremente ammette che «siamo disordinati». Il registratore accusa Toni di non essersi «proposto perché voleva la palla addosso». Finisce il tempo con un «dobbiamo cambiare nella ripresa e tornare l’Italia che conoscevamo». Per Paris, autentico poeta della panchina, i nostri «sembrano giocatori persi negli sguardi». Dopo l’unico scopo vero di ogni partita (inquadrare qualcuno che dice banalità sullo sfondo dei loghi), si riparte con il secondo tempo. Fremente e registratore alternano «gli olandesi non sono certo dei mostri» con un «bisogna mettere paura agli olandesi» perché «tanto loro non ci battono dal ’78». Si capisce che non è aria. «Di Natale è troppo timido», ma «non c’è speranza, noi non siamo lucidi». Gli olandesi «sono forti sulle palle inattive». Proprio quando il fremente mi fa credere, urlando, che «adesso sì, adesso li stiamo mettendo in difficoltà», gli olandesi volano sul terzo goal. Non c’è più storia. Donadoni, il coach (un tempo semplice allenatore) ammette che «stasera non era la serata di buttarla dentro». Speriamo lo siano le serate successive. Ma, sui cronisti, resto con l’acuta nostalgia di quando al posto di quattro ce n’era uno solo. Registrava, fremeva, poetava, gossippava pure lui. Ma, almeno, faceva tutto da solo.