Ma la ‘ndrangheta può inquinare anche la fede?
DI Mauro Banchini
Due immagini non mi vogliono uscire dalla testa. Il «santuario» e la «chiesa». Due immagini dalla prima puntata di «Presa Diretta» che un efficace Riccardo Iacona ha ripreso a proporci su Rai3 ogni domenica sera.
Dedicata, la puntata, all’enorme potere della ‘ndrangheta calabrese (la mafia più potente al mondo) e alle capacità, della criminalità organizzata, di penetrare in zone un tempo impensabili (le giornaliste di Iacona hanno mostrato come l’omertà sia abitudine diffusa non solo fra le montagne calabresi ma anche nell’hinterland milanese. Splendida la battuta del figlio del mafioso impiantato in Brianza che, com’è ovvio negando ogni tipo di mafia, se la rifaceva con «gli stranieri» perché «ce ne sono davvero troppi»).
Ma torniamo al «santuario». È un luogo mariano, di antichissima fede popolare, nell’interno della Calabria. E ogni anno, nei giorni della festa, centinaia di persone lo raggiungono anche a piedi (e perfino…a piedi scalzi) per partecipare a riti sacri in mezzo alla solita paccottiglia di madonnine in plastica, banchetti alla porchetta, sagre paesane. Ma la festa della Madre di Gesù Cristo è anche il pretesto per l’incontro di tutte le ‘ndrine malavitose che, almeno un giorno, firmano la pace (nel senso che non si uccidono a colpi di mitra e, magari, si spartiscono traffici di coca all’ombra di una madonnina che, da Lassù, deve quantomeno sentirsi un po’ presa in giro).
C’è poi la «chiesa». L’hanno così definita i carabinieri (comandati da un bravo capitano toscano, anzi senese) perché, nascosto nella solita villona pacchiana di un capomafia, era uno spazio zeppo di immagini sacre (immancabile la statuina di padre Pio) davanti alle quali i criminali si giuravano reciproca fedeltà.
«Santuario» e «chiesa» non mi vogliono uscire dalla testa. Forse perché l’intera comunità ecclesiale italiana sta per scendere proprio in Calabria nel confronto dedicato…alla speranza in occasione della Settimana Sociale dei cattolici.
Mi sarebbe piaciuto sentire, i giornalisti di Iacona, raccontare le iniziative di reazione certo non mancano della Chiesa locale davanti alla criminalità mafiosa che il giorno successivo avrebbe ucciso un sindaco galantuomo. Ma avrei anche avuto piacere di leggere, il giorno dopo, serie prese di distanza da una strumentalizzazione così penosa della dimensione religiosa. Ci vuole davvero così tanto a sospendere, ad esempio, certe ricorrenze «religiose» così inquinate dalla malavita?
Capisco bene che dall’esterno è molto difficile giudicare. Ma mi ha anche colpito quanto detto dal magistrato Nicola Gratteri (uno che vive, in Calabria, da decenni con la scorta) circa l’alto tasso di omertà che si deve registrare in quelle zone. Dice il magistrato che se, ad esempio, politici e parrocchie reagissero con più forza, le mafie troverebbero difficoltà maggiori.
Non si pensi che la questione riguarda solo un Sud ormai tramortito dalla malavita e dato per perso a una ripresa civile. Ho l’impressione che se le telecamere della brava giornalista, invece che fermarsi alla Brianza, fossero passate anche in Toscana, avrebbero trovato molto da raccontare: a proposito di infiltrazioni mafiose, di denari sporchi, di pizzi chiesti per avere protezione. Ma anche di omertà sostanziale in tanta brava gente che pensa normale «farsi i fatti propri».
PS: «Cari fratelli che avete scelto la strada dell’illegalità per costruirvi la vita, le vostre ricchezze, il vostro potere, il vostro onore. Non c’è nulla che possiamo condividere. I nostri cammini non si congiungono a Polsi, se mai si dividono ancora di più». Parole forti di mons. Giuseppe Fioroni Morosini, vescovo di Locri, pronunciate il 2 settembre in quel «santuario» (Madonna di Polsi, nelle Locride) di cui al pezzo che avete appena letto.
Evidentemente il servizio di Iacona, girato in precedenza, non ne ha potuto tenere conto. Magari, caro Iacona, avresti potuto comunque far scorrere qualche parola su una così significativa presa di distanza di un vescovo coraggioso: chi ha visto il programma ha, invece, avuto l’impressione di una chiesa assente, perfino omertosa. Vecchio discorso che attiene anche alle responsabilità del giornalista. Comunque è bello che il vescovo Giuseppe, quelle parole, le abbia dette. La Madonna di Polsi ha certo gradito.