Maghi e cartomanti, lo stupidario corre in tv

di Mauro Banchini

Perfino lei, la cartomante Nausica, si rende conto di come sia arduo «fare le carte» a un soggetto in difficoltà. Da Arezzo telefona Francesco. Voce oltretombale. 28 anni. Vuol sapere sul lavoro. Ne ha perso uno. All’inizio Nausica tenta la battuta («Qual è il problema? Oggi funziona così»). Ma l’aretino insiste. Voce sempre più triste. «Non so che fare. Nessuno si interessa a me. Ho lavorato quattro anni in un’agenzia. Mi hanno cacciato». Non c’è nulla di giocoso: è evidente, pure alla stessa Nausica, la distanza – enorme – fra la realtà di aver perso un lavoro e la follia di farsi fare le carte.

Ma Nausica è in tv solo per mescolar carte. Funziona così con tutte queste buffe società di cartomanzia che pullulano sugli schermi a servizio di una solitudine oggi vasta: l’allocco dice stop e la cartomante smette di mescolare; prepara tre mazzi; spetta all’allocco sceglierne uno e lei stende le carte (giganti, colori vivaci) per cominciare il «gioco».

Le carte mostrano particolari generici: quella storia d’amore finirà bene, con quella persona è meglio non vedersi più, quel numero mai uscito su Genova arriverà sicuro su Cagliari («Basta provarci!»). E per quel lavoro, caro Francesco, «deve crederci perché è uscito l’asso di coppe e questo vuol dire che presto ne troverai uno nuovo». Sempre più cadaverico, Francesco sembra crederci poco. Nausica tira fuori il 7 di denari «unito all’asso di coppe è lavoro sicuro”). Un altro grullo ha abboccato e la «maga» giganteggia in ovvietà («quando si chiude una porta si apre un portone … devi credere in te …»). Al povero grullo, da qualche parte della civile Arezzo, non resta che ringraziare. Presto troverà lavoro perché il sette di denari era vicino all’asso di coppe. Per il momento, al telefono, ha speso qualche decina di euro.

Tanti i canali tv che vivono con lo stupidario di maghi e cartomanti. «I giochi di cartomanzia non hanno presupposti scientifici ma derivano da secoli di studi e tradizioni» scrivono sullo schermo in obbligo a chissà quale sentenza. Ci sono anche – microscopiche – le indicazioni di quanto si può spendere per la telefonata (anche 30 euro). Dove compare «la tua stella Francesca» c’è la certezza che «le nostre cartomanti sono tutte selezionate personalmente (sic) da Francesca». Lei, «la stella», farebbe bene a indagare perché, in tre telefonate su tre («Io vergine, lui ariete. È fuggito in Spagna, tornerà?») cade sempre la linea. Forse per obbligare a richiamare e a spendere ancora?

Chiama Luciana, vergine fiorentina: un toro della città del fiore la guarda con insistenza («la nostra è una storia di sguardi»). Solo che il toro è un prete e la vergine è una catechista. Esce «il quattro di spadi», ma la linea cade. La vergine riprova. E Nausica, fregandosi le mani, la invita «in studio».

Altrove c’è Asia («Ha risolto casi ritenuti impossibili. Riceve a Cassano Magnago»).

Ma i miei miti sono due maschietti: il mago Anubi da Livorno e il sensitivo Lello da Napoli. Il primo mi fa morire dal ridere. Il secondo mescola Lourdes («in termine tecnico lì c’è un nodulo relazionale») e Mastercard, Maria di Nazareth («le sono molto devoto») con l’osteria «Le Magnolie» di Maddaloni («ogni venerdì c’è il karaoke», i pellegrinaggi a Pompei con «Napolimiacard». A questo furbone sta telefonando, da un quarto d’ora, una fessacchiotta da Carrara, pensionata al minimo. «I soldi, per me sono l’ultimo problema», mente il furbone tenendola il più a lungo possibile al telefono. Da Napoli telefona Rita. Domani ha l’esame per la patente. Un giro di carte e Lello rassicura. «Andrà bene, ma a luglio vieni anche tu a Lourdes».

S’io fossi nel cardinale di Napoli, questo Lello lo manderei proprio a fare in domo.