Mtv, come TI «omologo» una ragazza perbene

Natalie studia legge, da qualche parte in Canada. Una ragazza come tante: né bella né brutta, semplice e carina. «Acqua e sapone», si sarebbe detto un tempo. Ma per gli stili di vita veicolati da Mtv (tv molto guardata da adolescenti e giovani. Tv che gli educatori, catechisti in primis, farebbero bene a monitorare perché racconta, e influenza, assai bene valori oggi «corretti e correnti» nel mondo giovanile) per quegli stili di vita, la povera Natalie è decisamente out, fuori.

«Molto seria per la sua età, veste come se avesse il doppio dei suoi anni», è il dato di partenza che accompagna la vicenda di questa ragazzotta invaghita di tale Jackson (non riesco a capire il perché dell’invaghimento: lui, il buon Jackson, è si «muscoloso» – come confessa, sbrodolandoci sopra, la Natalie – ma è sul tontarello andante).

Nel reality (in inglese Plain Jane, ragazza insicura, e in italiano La nuova me), questo tipo di ragazze sono messe nelle mani di tale Louise Roe, modella inglese, e in una settimana subiscono una trasformazione, estetica e non solo, che le farà diventare assai più … sveglie.

«Divertiti, divertiti un sacco. Abbassa la guardia, lasciati andare, vivi il momento», è il primo consiglio di Louise a una Natalie che fino a quel momento pensava solo alle regole del diritto e adesso viene invece accompagnata nelle regole del politicamente assai più corretto in un oggi puntato al 98% sull’aspetto estetico.

Natalie è portata in una sala da ballo e la vediamo diventare sempre meno «diversa». Poi la ritroviamo a fare la sciampista. Louise è accompagnata da un tale («dottor Jack») che dice di essere un neuroscienziato e ci delizia con un trattatello «scientifico» su «cosa accade nel nostro cervello quando flirtiamo».

Louise e Jack sono collegati via auricolare con la povera Natalie che, sempre più omologata, lava i capelli a quattro ragazzotti impegnandoli in conversazioni sempre più allusive («Vai sempre meglio – rassicurano i due con l’auricolare – ma mettici tutta la malizia che puoi»).

L’ultimo sciampeggiato è rimasto così soddisfatto dalle mani della ragazza (e ai tempi miei una battuta come questa sarebbe costata uno schiaffo. Ma son tempi lontani) che, con quelle «mani di fata», la invita a proseguire intuibili altre attività.

Si passa adesso al guardaroba. Inutile precisare che gli abitucci indossati da Natalie fanno senso a Louise. Se la ragazza dice di vestire «ragionevole, confortevole, pratico e comodo», alla modella inglese quasi viene uno sturbo («Troppo banale, troppo noiosa: noi ti infonderemo energia giovane, ti faremo desiderabile perché le tue curve devono riempire i vestiti»). Alla fine Natalie è così diversa («Sono stanca di indossare ballerine e vecchi jeans», confessa) che a me, confesso, pareva di più prima.

E dopo una pausa pubblicitaria (mitico il Love calculator, un aggeggio improbabile che serve per fare «un test» sulla relazioni amorose) eccoci pronti per il grande salto: Amsterdam.

«Che ne dici di un appuntamento romantico con il tuo Jackson in una location romantica come Amsterdam?». Domanda retorica che viene formulata anche al tonto Jackson («Sono emozionato per la location che io non conosco e per la ragazza misteriosa che incontrerò», bofonchia lui). I due volano ad Amsterdam, ridotta a location. Paga la ditta.

Le cure dell’acconciatrice (che a mio modesto avviso dovrebbero riguardare soprattutto lui, strizzato com’è dentro una improbabile magliettina a righe rosse orizzontali) sono tutte per la già disinibita Natalie che alla fine esce («Sono felice, sembro un’altra persona») come una bambolina di plastica del tutto uguale a tante altre bamboline di plastica che girano per il mondo.

I due si incontrano su una barca allestita con modi pacchianotti per una cena «elegante». Gridolini di stupore. Frasi da bacio perugina anni cinquanta. Brindisi su un divano-letto di cui è chiara la funzione successiva. «Si stanno sbaciucchiando – conclude Louise – ora posso andare. Il caso è chiuso».

Prima di infilarsi nel lettone, Natalie ci regala dodici parole. Che spiegano tutto. «Questa settimana è la migliore. Perché non ho il controllo di niente».