Per il «Trio» il meglio arriva con l’antico

di Mauro Banchini

Una brutta bestia. Forse non sbaglia chi constata – e contesta – le troppo facili «operazioni nostalgia» in casa televisiva. Il sabato di questa fine inverno è caratterizzato da almeno due esempi: la Corrida che prosegue e il Trio che ritorna. Fermiamoci sul rientro – dopo molti anni – di Marchesini, Lopez, Solenghi. Tre bravi attori che un quarto di secolo fa rivoluzionarono la comicità televisiva (difficile, fra quelli che hanno l’età, dimenticarsi la parodia dei Promessi Sposi con la monaca di Monza in arrivo turbolento sulla pista, appunto, di Monza).

Adesso li ritroviamo in prima serata: e tutti quanti, noi ma pure loro, impegnati in un Amarcord che un po’ fa bene ma un po’ fa pure male. Proprio sulla musica felliniana, abbastanza bruscamente, si chiude la prima puntata aperta con una funerea autoironia dei tre rispetto alla loro «tumulazione» (1994) e alla riscoperta dei rispettivi «reperti archeologici» sotto gli scavi della metropolitana.

Quanto il tempo sia passato lo si capisce da certe inquadrature, soprattutto riservate alla componente femminile del gruppo. Ma il tempo passa e c’è poco da fare. Anzi: la reazione meno onesta che uno può avere è cercare di interromperlo, quel tempo passato. O di riproporlo come se non fossero passati anni che somigliano a secoli.

Singolare l’ambientazione: l’aula magna di una scuola romana, una Accademia dove hanno studiato personaggi importanti e dove adesso, sui banchi, siede un pubblico che come tutti i pubblici tv tende all’osanna. Nelle due ore scarse fra autoironia iniziale (quella sulle mummie ritrovate) e autoironia finale (i falsi lanci di agenzia con le «prime critiche» che demoliscono un programma «sfortunato e sfilacciato») il campo è tutto libero per loro con un dosaggio tra antichi reperti e nuovi esempi di una comicità che ieri convinceva.

Nel mezzo solo una eccezione: Francesco De Gregori, giacca e cravatta, che regala una Donna Cannone sempre poetica e (1983) coerente con l’operazione nostalgia di cui sopra. Nostalgia estesa ai personaggi (Gorbaciov, Reagan Thacher) che fanno da sfondo ai tg utilizzati dal trio, con tecnica allora innovativa, per montare scenette capaci di reggere ancora, nonostante tutto, la sfida della naftalina. Ma il programma (Non esiste più la mezza stagione) cerca di vivere anche sull’attualità: ecco dunque inconfondibile la voce di un Prodi che borbotta come una macchinetta da caffè, ma anche di un Ersilio Tonini che lancia imitazioni azzeccate, nelle voci, dell’intera serie degli ultimi pontefici; dai tormenti di Paolo VI allo sturmtruppen di Benedetto XVI.

Poi ci sono, forse stimolate dalla location, le freddure di tipo scolastico: dal bigodino (orgasmo che vale doppio) alla cerbottana (femmina del cervo dai facili costumi) al cacao (lassativo di origine brasiliana). Generazioni di liceali si sono esercitate, e forse lo fanno anche adesso, in questo tipo di stupidaggini assai utili per passare la noia delle mattine scolastiche. Negli anni delle riprese rubate per you tube le freddure fanno perfino tenerezza.

Ma il meglio arriva con l’antico. Il conduttore di tg che si collega con improbabili professori russi aiutati da altrettanto improbabili traduttrici italiane; le parodie sui «generi» televisivi allora nuovi (esilaranti i duetti fra Pedro e Dolores nella novelas brasiliana «Perito per aria». Per non parlare dell’avvocato alla perrymason con il giudice impegnato nel picchiare il martelletto di silenzio-o- faccio-sgombrare-l’aula). Da «serie A» di un intrattenimento televisivo pulito i doppiaggi (mitico quello del dottor Zivago a Cortina) o le «facce», incredibili nella loro elasticità, di Anna che oggi esibisce, alla grande, due labbra orgogliosamente non rifatte e teneramente autentiche.

Lo confesso. Mi sono messo davanti alla tv, sabato sera, solo per aspettare quello: la monaca di Monza che arriva rombando. Non l’hanno data. La daranno, certo, uno dei sabati successivi.

Nostalgia: davvero una brutta bestia.