Pippo Baudo e le bizze del segnale perduto

di Mauro Banchini

Lo volevo proprio vedere, il Pippo nazionale. L’idea di uno come lui che, a un’età quasi veneranda e sapendo di essere l’icona televisiva per eccellenza, si mette in gioco con qualcosa di nuovo e parte per un viaggio fra le curiosità di un’Italia curiosa, mi stimolava.

A maggior ragione perché Baudo (di lui si scrive) era partito da casa mia: fra Vergaio, Firenze, Vinci. Ero curioso. Ero benevolmente predisposto. Volevo divertirmi.

Purtroppo non ce l’ho fatta: il segnale (sia quello del digitale terrestre, sia quello che mi arriva a casa da chissà quale satellite girante sulle nostre teste) ha cominciato subito a fare bizze rumorose. Ho visto qualcosa in intermittenza, tra sfrigolii vari, poi più nulla.

Non è che fuori diluviasse; in corso non c’era un terremoto; il buon Dio – che tutto vede e tutto sa, compresi i misteri di questa ciofeca che ci hanno rifilato, chiamata digitale terrestre – non aveva spedito un uragano sui luoghi di nascita di tre geni (Roberto, Matteo, Leonardo. Ordine casuale).

Si, certo, tirava una brezzolina invitante; il cielo era coperto di nuvolacce; poco prima era piovuto, e non poco; all’orizzonte si vedevano lampi spettacolari: ma può bastare questo per mandare in tilt il segnale televisivo, soprattutto dopo che ci hanno rotto per mesi con le sorti magnifiche e progressiste del «digitale terrestre» e soprattutto quando, per il digitale satellitare, ogni bimestre al signor Murdoch pago una sassata?

È una domanda, lo ammetto, piccola piccola. Un quesito da quattro soldi, soprattutto per chi – ordine casuale – sa tutto di Dante, ritiene di essere il nuovo Alcide, si sbellica vedendo una sua sua mitica battaglia ridotta a strumento di spot mediatico.

Ma la pongo comunque, la domanda, ai tre autentici geni che un segnale debole mi ha impedito di vedere: Roberto, Matteo e Leonardo. Ordine casuale.