Quando la tv trasmette la pornografia del dolore

di Mauro Banchini

Pornografia del dolore. L’ultimo che ha ripreso la definizione giusta per certe trasmissioni tv sui fattacci di nera è il garante della privacy. E guardando alcuni esempi di questa particolare pornografia, in effetti mi sono sentito nella triste posizione del guardone. Però, a differenza di chi ama guardare dai moderni buchi delle serrature disgrazie condite di soldi-sesso-sangue, non ho goduto. Anzi: mi sono vergognato. Ed è questo il caldo invito che mi permetto: vergognatevi pure voi, spengete la tv, cambiate canale, leggete un libro, fatevi una camminata, lasciate l’esercizio di questa pornografia a chi è malato e, come tale, va curato. Portate rispetto per le vittime.

Dove tutto è a servizio della pubblicità, cioè in tv, evitate che si continui a fare mercato e businnes sulla ragazzina uccisa nel sud, sulla coetanea uccisa al nord, sulla signora pugnalata e sui tanti altri delitti simili.

Fare una graduatoria dei mostri mi è impossibile. Ho solo visto una trasmissione su Mediaset (ammazza quante sciocchezze ogni pomeriggio!) e una serale su Rai. So che, compresi i plastici di «vespabruno», ne esistono tanti di questi spazi tv che con la scusa del diritto di cronaca (ma con il reale obiettivo di alzare i profitti pubblicitari facendo spettacolo sul male) solleticano i sentimenti più bassi di ciascuno di noi, le attenzioni più morbose. L’unica reazione è quella, civile, di non abboccare.

Pomeriggio qualunque su Canale5. In studio la D’Urso con un pubblico di comparse obbligate ad applaudire per finta. Ci vorrebbe Fellini per rendere l’effetto di una tv che, un tempo, era appannaggio degli ingenui bambinoni USA ma da quasi un quarto di secolo è diventata «nostra» trascinando sempre più in basso chi la guarda: i più deboli.

Il programma è «offerto» da un prodotto che magnifica riduzioni del peso corporeo (una delle tante porcherie che magari fanno pure male ma che pagano tutto, pornografia del dolore compresa). Ma potrebbe andar bene anche un’azienda che produce prosciutti.

Comincia, D’Urso, anticipando che fra poco passeranno una intervista «in esclusiva» con il papà di Melania e una testimonianza del fioraio di Avetrana (avrebbe visto zia Cosima trascinare Sarah). Cerco di scacciare l’ipotesi che per concedersi alle telecamere il babbo di Melania abbia ricevuto in cambio denaro (quando poi lo ascolto mi pare una brava persona e il dubbio dell’osceno pagamento si attenua, ma in tanti altri casi di pornografia del dolore parenti delle vittime hanno ricevuto e chiesto soldi. Eccome). Per il momento la D’Urso ha altro: la fine della grande storia (amore? affari?) fra un bell’attore americano e una ragazzotta sarda diventata emblema di tutto il velinume del mondo. Il pomeriggio va avanti fra un gossip e l’altro con una banalità che avvilisce (mi chiedo: se uno ha voglia – certo legittima – di distrarsi, non potrebbe guardare qualche bel documentario sui pesci?). Dopo due ore di fesserie, eccoci alla storiaccia di Melania e del marito istruttore militare in un reggimento femminile.

Servizi vari, giornaliste inviate, intervista in esclusiva. In studio una matrimonialista, una tizia che urla ma di cui mi sfugge il ruolo e (per la necessaria patina di serietà) un prete serio come don Rigoldi.

Ho sempre pensato che i preti farebbero meglio a evitare questo tipo di «palestre», ma non sono certo il detentore della verità. Comunque l’appello, sensato, di don Gino contro il «sesso utilizzato come bene di consumo» mi pare fuori luogo nel contesto di un contenitore che fino ad allora non ha fatto altro che esaltare modelli «culturali» di ben altro tipo.

I servizi non hanno nulla da aggiungere. Il dibattito è sul nulla. Come stupirsi se poi esistono donne che al marito di Melania scrivono «non mi importa se sei un assassino, sei bellissimo»? Come stupirsi?

La sera prima, sulla stessa vicenda, mi ero visto un programma che in genere ha la mia stima. Il mitico «Chi l’ha visto?». Melania non può essere ritrovata ma la Sciarelli intervista la mamma («Mia figlia è morta per i valori in cui credeva, la famiglia»). Sotto i riflettori tv il babbo, il fratello e uno zio di Melania, «bella e sventurata». Parlano del «controverso vedovo» e di una fra le tante amanti («bellissima, gelosa, violenta»). Ogni tanto stacco pubblicitario. Un medico falso magnifica il potere di un assorbente per donna; un medico vero informa che Melania aveva «una punta di ernia inguinale» e dunque non poteva fare sesso. Ulteriori, privatissimi, dettagli sulla salute di una donna uccisa forse dal marito o forse da un’amante del marito.

Ma uccisa, un po’, anche dalla nostra perversione quotidiana.