Quell’intramontabile fascino del mitico «La grande fuga»
di Mauro Banchini
«La avverto: non ci saranno fughe», sibila il colonnello Von Luger, comandante del campo dove i tedeschi hanno radunato centinaia di soldati nemici, tutti ufficiali, la cui caratteristica è proprio quella di voler evadere. «La avverto: il dovere di ogni ufficiale è fuggire», replica duro il maggiore Ramsey. Solo pochi minuti prima, appena sbarcato dal camion, il tenente McDonald fa subito un calcolo: quanti metri separano il campo da un bosco dove sarà più facile scappare. «Oltre 70», gli risponde un collega. I due si strizzano l’occhio: «che bel tunnel».
È chiaro cosa accadrà nelle quasi tre ore di un film (La grande fuga, 1963) che avrò già visto dieci volte ma che non posso fare a meno di rivedere. Sarà per la musica o per gli attori, sarà per la storia (basata su una vicenda autentica), sarà che ho passione per questi film dove i buoni sono bene identificabili sia pure in tutte le loro diversità e lo stesso vale per i cattivi (diversità comprese: alla fine, fra le vittime, ci finisce pure Von Luger che tanto cattivo non era ), sarà per tutto questo ma anche l’altra sera le tre ore me lo sono sorbite.
Sapevo che la fuga sarebbe riuscita solo a tre dei 250 che all’inizio si pensava potessero passare dal tunnel e dei 76 che riuscirono a passarci. Sapevo che 50 dei fuggiti, subito ripresi, sarebbero stati uccisi a tradimento. E sapevo tutto il resto, in particolare che il capitano Hilts, il mitico Steve McQueen, avrebbe concluso la sua fuga in motocicletta fra Austria e Svizzera sullo sfondo di un panorama heidesco nell’unico modo per lui possibile: in cella. Con quel ghigno a presa di giro, il guantone e la palla da baseball.
Lo sapevo, ma la storia del buco (magari a Firenze riuscissero a scavarlo per la TAV con quel ritmo e quella tenacia dimostrate dal «re del tunnel», il tenente Danny Velinski, ovvero Charles Bronson) l’ho bevuta. All’inizio proprio Bronson tenta un diverso modo di fuggire (si traveste da contadino, altri si mimetizzano tra le frasche dei camion che portano i prigionieri russi a tagliare legna). Nulla da fare: li beccano subito. E nulla da fare neppure per «il re della cella», appunto McQueen: tenta subito di far fessi i tedeschi e, ovvio, finisce in cella insieme al piccoletto Werner che non aveva avuto idea migliore di spernacchiare il colonnello Von Luger. Fra i due nasce un’amicizia che finirà subito: Werner, un po’ fuori di testa, tenta di arrampicarsi sul filo spinato. Crivellato. Il beffardo Hilts, accetta la proposta dei capi fra cui «X1», il vero leader, quello a cui tutti portano rispetto e si sacrifica: fugge per farsi riprendere e per dire cosa c’è oltre il bosco.
Tre i tunnel scavati («Tom», «Dick», «Harry») anche se ne sarà utilizzato solo uno. Non porterà fuori tutti, ma la vita nel campo comincia a ruotare su due realtà: la apparente e la reale. I soldati accettano il consiglio del Von tedesco: stare tranquilli, aspettare la fine della guerra. Fanno finta di cantare in coro, di curare l’orto, di studiare uccelli. Ma scavano gallerie, falsificano documenti, realizzano abiti civili con le coperte. E aspettano la luna nuova. Per scappare.
Qualche sottolineatura. L’astuzia del tenente Hendley («Il ladro») nel trovare qualunque cosa possa servire: picconi, macchina fotografica, legname, cioccolate. La capacità di Roger, il leader, di dare comandi secchi e di essere ubbidito (tornando alla TAV sotto Firenze: sono certo difficili entrambe le cose). L’ottimismo diffuso («Sarà un lavoraccio duro» teme un ufficiale. «Quando saremo organizzati, no» gli risponde un altro). Gli abiti del capitano Hilts (è vero che siamo in guerra, ma McQueen dall’inizio alla fine porta sempre lo stesso paio di jeans e la stessa maglietta). L’imprevisto (mesi di scavo e poi si accorgono di aver sbagliato l’uscita: 8 metri non sono molti, ma provate voi a correre per 8 metri sotto le grinfie dei tedeschi).
Ne valeva la pena? È la grande domanda del film. Valeva la pena imbarcarsi in un’azione disperata quando avrebbero potuto starsene tranquilli a curare l’orto? «Valeva il prezzo?» domanda McDonald. «Questo risponde Ramsey dipende dai punti di vista».
Alla vigilia di una nuova «Giornata della Memoria», la domanda rimbalza e si rinnova. E dipende sempre dai «punti di vista», compreso quello degli spot (ma come si fa a seguire il capitano Hilts che tenta di fuggire dalla Gestapo se arriva un altro «capitano» che vuol farci comprare «bastoncini» dove, forse, c’è perfino un po’ di pesce?).
Vale la pena, oggi come ieri, battersi per un’impresa folle, tentare la «cosa giusta» anche intuendo di poterci rimettere? O è meglio, molto meglio, darsi all’orto?
Se non temessi la risposta, chiederei un sondaggio.