Quello che ho visto di «Sanremo»
Ammetto: di Sanremo 2013 ho visto solo Crozza. Sarà perché non sopporto il politicamente corretto dei due conduttori (Li trovo taroccati: uno nell’autentico buonismo e l’altra nella finta sguaiataggine). Sarà perché per una gara canora basterebbero, e avanzerebbero, due sere. Sarà perché quando un programma è così visto (ogni sera quasi 12 milioni) a me piace fare il bastian contrario e guardare Lavori Sporchi con Mike Rowe impegnato a raccogliere sterco di mucca. Oppure, il sabato della sfida, godo nel farmi prendere in giro dal Giacobbo che spiega cosa potrebbe accadere in caso di impatto, nello Yucatan, fra un grande asteroide e la terra: in pochi minuti si morirebbe tutti, tranne – udite – una piccola comunità ai piedi dei Pirenei.
Sarà un misto di tutto questo, compreso il fastidio quest’anno provato per i gridolini entusiasti di tante persone «de sinistra» incantate dalla conduzione del duo, ma – appunto – di Sanremo 2013 io ho visto solo Crozza. Per cui sono la persona meno indicata per riempire questa pagina, potendo solo mettere in fila impressioni ricavate da quanto mi è capitato di leggere. Ma parto da quello che ho visto.
C come Crozza. Un comico che in genere mi convince anche se trovo fastidioso il vecchio trucco in cui eccede: far finta di ridere da solo delle sue battute. Sulla sua non esaltante prova sanremese mi resta un dubbio: era tutto studiato a tavolino (le proteste di due o tre «figuranti», l’imbarazzo del comico, il salvataggio di Fazio) oppure abbiamo visto la verità?
G come gay. Troppo ghiotta la maxiplatea per non dare un altro contributo a quello che ormai sembra essere l’unico problema del nostro Paese: far sposare persone dello stesso sesso e, siccome l’importante è volersi bene, far sì che si abbatta qualunque barriera verso l’adozione di figli da parte dei gay finendo per abrogare (ci arriveremo presto) sciocche parole come «mamma» o «babbo», giudicate omofobe e fuori luogo. Come un orologio il Festival è servito anche a questo (direi soprattutto a questo).
A come autori. Ce ne stavano 6 e uno di loro era Michele Serra. Il politicamente corretto (compresi gli spazi per una musica classica di grande effetto) non poteva non giovarsene e mai come quest’anno Sanremo è stato illuminato e colto, divertente e impegnato, con un tasso elevato di spettatori laureati e residenti al Centro-Nord.
B come bambini. Un esperto di matti, Vittorino Andreoli, l’ho sentito dire – intervistato sul Festival – che Sanremo si può spiegare anche con la nostra tenace volontà di regredire alla condizione infantile. Per una settimana torniamo indietro, lasciandoci incantare dal gioco delle luci e dalle luci nel gioco. Magari non è vero, ma il dubbio viene.
R come Rubino. Mi riferisco a tale Rubino Renzo che ha portato Postino, una canzone trattante (vedi sopra) l’amore omosex. Ho visto Rubino Renzo qualche giorno dopo su TvTalk da Massimo Bernardini, raccontare che la sua è «una semplice storia d’amore… Poteva essere fra un uomo o una donna, o fra due donne e invece è venuta fra due uomini». Dov’è il problema? Domanda retorica. Improbabile che qualcuno si provi a obiettare facendo la figura dell’incolto e dello scorretto.
N come nostalgia. Una serata l’avrei vista volentieri, ma non ce l’ho fatta e non chiedetemi perché. Mi riferisco al venerdì quando hanno puntato tutte le carte su un gioco che è difficile fallisca: il ricordo. Monumento a Bongiorno Mike, standing ovation a Baudo Pippo, singolare coincidenza fra il cantante che reinterpreta (commuovendosi. Come da contratto? No: come da sentimento. Forse) Ciao amore Ciao di Luigi Tenco e il cantante che la sera dopo vincerà il Festival. La nostalgia, sempre canaglia, funziona e funzionerà sempre.
G come Grasso. Cioè Aldo Grasso, critico televisivo del Corrierone che di «FazioFabbio» ha dato una definizione che sarebbe piaciuto darla a me, ma l’ha data lui. Piantone dell’anima.
T come twitter. Devo sempre a Bernardini un dato sulla fruizione social di questo Sanremo: solo nella prima serata i tweet dedicati al Festival hanno sfiorato le 400 mila unità. Impossibile, in effetti, stare su un social e non accorgersi di questo flusso. Ho letto serissimi «amici», nel senso facebucchiano, impegnati a discettare sul fatto che Scarrone Annalisa ammettesse di non saper ballare ma di sentire «farfalle danzare» dentro di lei. Per non parlare dei cinguettii meritati da tale Marta, quella che sta su non meglio precisati tubi, quando chiede «perdono alla pastorizia» perché, con la sua condotta, ha «umiliato la reputazione della pecora nera».