Radici, l’altra faccia dell’immigrazione
Vviana abbraccia il grande albero, nella foresta dell’Ecuador. Da loro si fa così. È il modo per catturare l’energia, la grande energia, che emanano gli alberi. È un modo per mantenere stretto quel particolare legame fra noi e la natura: legame che gli antenati di Viviana tenevano in modo spontaneo, ma legame che noi occidentali abbiamo contribuito ad attenuare se non a distruggere. Come dimostra la storia del petrolio. Ma andiamo con ordine.
Di cognome Viviana fa Barres: viene da Genova, dove abita la comunità di ecuadoriani più numerosa d’Europa (solo nel capoluogo pare ce ne siano trentamila, o giù di lì). Ha 40 anni ed è immigrata in Italia da quando ne aveva 20: in Ecuador faceva la cassiera ma sognava di recitare nelle telenovelas. Venne fra noi, in Italia, dove sgambettando in tv una bella donna può finire alla guida di un ministero, per prendere parte al matrimonio della sorella. Erano almeno una quindicina di anni che non tornava più in patria.
Ce l’ha riportata un mio amico – Davide De Michelis – che di professione racconta (credetemi sulla parola: molto bene) documentari su animali e ambienti lontani. Li racconta per grandi testate e network globali: invidiandolo per il suo mestiere, io l’ho conosciuto anni fa, in ambiente Greenaccord, quando gli era venuto in mente di fare un documentario su Camaldoli (Ora et labora avrebbe dovuto chiamarsi. A vedere dal promo e a sentire ciò che Davide aveva in mente per testimoniare i primi mille anni di vita di questo spazio di Toscana «altra e alta», sarebbe venuto fuori – sono sicuro – un piccolo capolavoro. Poi non si è trovato lo sponsor. L’idea è accantonata. Chissà). L’ho conosciuto, Davide, e apprezzato per una sua propensione all’umanità: caratteristica che adesso ho visto esaltata in Radici. L’altra faccia dell’immigrazione (RaiTre, il venerdì, in seconda serata attorno alle 23:15).
Quattro puntate: la terza questo venerdì 28 giugno e la quarta la settimana successiva.
Quattro storie, quattro racconti con donne immigrate in Italia che hanno accettato la proposta di Davide: accompagnarlo nei Paesi di origine in altrettanti «viaggi all’indietro», alla ricerca delle radici.
Parlando bene la nostra lingua – dice De Michelis – le donne «comunicano in modo diretto l’emozione di ritrovarsi immerse nelle loro origini, ma descrivono in prima persona anche le difficoltà che le hanno spinte a lasciare il loro Paese per venire in Italia». E davvero lo sguardo al femminile offre punti di vista originali, prospettive nuove, suggestioni diverse per guardare in modo «altro» i milioni di nostri nuovi concittadini. Con i quali non è giusto ricorrere né al sospetto né al pietismo. Per questo, anche in termini di contributo alla civiltà, l’operazione Radici convince e mi pare riuscita.
Una settimana dopo, venerdì 5 luglio, sarà la volta di Coumbaly Diaw, senegalese. Per 13 anni è vissuta a Parma come infermiera e mediatrice culturale. Qui vive ancora il marito: tornata in Africa adesso lavora in un progetto di cooperazione italo-senegalese.
Davide De Michelis, abituato a raccontarci paesaggi lontani e animali esotici, chiamato alla prova del vicino/lontano ha vinto la sua sfida. E Radici è un programma che merita.