Ravasi e «Le frontiere dello Spirito», un bel programma da prima serata
di Mauro Banchini
E se per una volta, in un’Italia sempre più involgarita anche per via di una tv stupida, Le frontiere dello Spirito avesse dignità da prima serata? Se Gianfranco Ravasi lo avessero ascoltato non i telespettatori della domenica mattina ma, in prime time, quelli del sabato sera? Se lo straordinario servizio sulla visita ad Auschwitz dei rappresentanti delle maggiori religioni lo avessero visto quelli che, di norma, si fanno intorpidire dalla Maria, intesa come De Filippi? Proprio sicuri che, dopo il primo stupore, la reazione degli italiani sarebbe la fuga? O non sarebbe un modo, uno dei tanti possibili, per aiutare un Paese oggi smarrito a migliorarsi?
Nessuno, è ovvio, collocherà mai un programma come questo in prima serata tv: ipotizzarlo è mera provocazione. Per i profitti degli spot, si pensa che il pubblico del sabato sera meriti solo torpore. E allora gustiamolo dov’è collocato (la domenica attorno alle 9, su Canale 5) questo bel programma a cura di Maria Cecilia Sangiorgi. Sperando che qualcuno pensi a metterlo su Youtube.
Il nuovo ciclo conferma la scansione tradizionale. Due parti la riflessione biblica e l’approfondimento giornalistico e nessuno stacco pubblicitario (già questo è un valido motivo per impreziosire il programma. D’altronde sarebbe difficile spezzare Isaia, il profeta, con «Ciccio», il venditore di telefonini).
Il re dei biblisti siede nella chiesa romana di san Girolamo dei croati e ogni domenica commenta la prima lettura della liturgia. Lo fa non in modo «omiletico» (cioè non fa la «predica»), ma interroga il testo partendo dalla parola chiave che domenica scorsa era «sapienza». Pacato, colto, elegante, eloquente (ma anche diciamoci la verità consapevole di essere tutto questo), Ravasi si fa aiutare da lettori professionisti (che bello se anche nelle nostre chiese le letture fossero affrontate con quel rispetto !!!) e dalle sue mitiche citazioni. Cita Bonhoeffer sul rapporto Parola/silenzio; cita Confucio sui tre modi di conquistare la sapienza (se volete conoscerli ritrovate, magari su Youtube, la puntata: io posso solo dirvi l’ultima parte della citazione confuciana quella, amara ma densa di suggestioni italianamente molto attuali, secondo cui «la sapienza è un pettine dato ai calvi»); cita personaggi che solo lui conosce ma io mi fido (questa settimana è il turno di tale Bernardo da Chartres); cita la tradizione rabbinica sui due laghi della Terrasanta (quello di Tiberiade che l’acqua non solo la riceve ma anche la dona; quello detto non a caso «morto» perché l’acqua si limita solo ad accumularla senza donarla). Ecco dunque il senso della «Sapienza»: ascoltarla e donarla agli altri. Termina questa la novità con la poesia di padre Davide Maria Turoldo.
Seduto davanti all’altare, Ravasi compie spesso un gesto meccanico: si accomoda la grande croce che porta sul petto. Sapienza ricorda viene dalla parola latina «sàpere» che significa «avere sapore, gusto». E ha davvero «sapore» il servizio giornalistico che segue (e che avrà un’appendice questa domenica con un confronto fra un teologo tedesco e il rabbino capo polacco): racconta la straordinaria visita di qualche settimana fa organizzata dalla comunità di Sant’Egidio nella «fabbrica della morte», il campo di sterminio di Auschwitz. La parola che lega i due momenti di «Frontiere», stavolta è «silenzio»: se occorre silenzio per ascoltare la Parola, il silenzio è certo necessario per entrare in Auschwitz. Sant’Egidio ci ha portato cristiani, ebrei, musulmani, buddisti e il racconto di grande efficacia è centrato su un rabbino. Alla fine ricorda una parola vergata in yiddish sul muro delle torture, a Birkenau. La parola era «vendetta».
Confessa, il rabbino, di aver ricevuto poche ore prima una telefonata dalla figlia che, in Israele, ha appena partorito un altro nipotino. «Questa sussurra, forse pensando al muro che sotto Gerusalemme divide i palestinesi la mia vendetta, questa la mia soluzione: vivere tutti insieme».