San Filippo Neri, non solo miracoli ma pillole di fede

di Mauro Banchini

Lui preferiva «il paradiso»: quando confessava i cenciosi e quando baccagliava con i cardinali. Preferiva «il paradiso» quando il papa, togliendola a tal cardinale Capuzzo, voleva dargli la berretta rossa: lui guardò il papa, guardò la berretta, la tirò in alto cantando la sua preferenza per «il paradiso». Adesso che in paradiso c’è da 415 anni e la sua storia l’hanno perfino raccontata in prima serata su RaiUno, chissà come si sarà divertito – san Filippo Neri – con quel brigante di Capuzzo che in paradiso ci sarà pure lui, ma certo c’è arrivato dopo.

Che dire su questa nuova fiction targata Lux Vide? La solita premessa: davanti a questi racconti, non ci si devono aspettare precisioni scientifiche. Sono finzioni per il popolo tv, non documentari per specialisti e se in un saggio scientifico la noia è pressoché di casa, in una miniserie con spettatori dotati di telecomando, la noia è il nemico numero uno.

Quindi chi si è divertito a trovare incongruenze storiche, chi ha fatto il difficile sulla frase del fiorentino Neri («State buoni, se potete») che in realtà lui non avrebbe mai detto, chi ha trovato troppo sopra le righe certe gigionesche interpretazioni (partendo dall’ottimo Proietti che per me sarà sempre il maresciallo Rocca e, a vederlo fare Filippo, aspettavo sempre arrivasse l’appuntato Cacciapuoti) si dia una calmata: deve essere così, è l’unico modo per ancorare milioni di persone su storie di fede in un racconto mediatico che poi, magari, potrà trovare altri contenuti, altri strumenti. E diventare perfino pre-catechesi.

Anche qui c’è una continua alternanza buoni/cattivi. Il buono per eccellenza è lui, Filippo Neri che voleva partire missionario per le Indie salvo poi fermarsi nella campagna romana. I cattivi stanno quasi tutti in Vaticano e li rappresenta quel cardinal Capuzzo che poi, meno male, trova sempre qualche papa più sensibile.

Esemplare il tranello che stavano per tirargli, a Filippo, quando gli chiesero di codificare le «regole» della sua nuova congregazione. Si erano accorti, ed erano i tempi dell’Inquisizione, che la chiesa di Filippo (intesa come edificio) era bruttina e senza campane, sempre piena di gentaccia che non esitava a fregare i soldi (anche perché le cassette con le elemosine erano sempre aperte). E s’erano accorti che il nuovo movimento non aveva regole. Giustamente qualche regola ci vuole, giustamente le chiese devono avere le campane. Ecco allora la pensata di Capuzzo: mando il papa che troverà tutto fuori regola e farà chiudere l’ambaradan.

I miracoli possono sempre accadere: sono i cenciosi a tirare fuori dai guai il futuro santo sulla parte edilizia («Tutti aiutino tutti» urla un buzzurro di muratore già mangiapreti. Madonnina mia: ma se tutti, anche nella chiesa di oggi così divisa, ci ricordassimo le parole del buzzurro?).

Ma alla «regola» deve pensarci solo lui. E cosa si inventa? Due parole («Per essere obbediti bastano poche regole. Io ne ho scelta una sola: la carità») di una sapienza così magistrale che perfino un papa inizialmente ostile si scioglie. Capuzzo non è chiaro se si scioglie perché convinto dalla santità o solo perché roso dalla rabbia: in ogni caso fa il bel gesto e offre lui, al papa, la berretta rossa che però Filippo rifiuta (e, immagino, Capuzzo la riprenda subito).

E a proposito di Capuzzo anche nella prima puntata il cardinalone aveva avuto modo di esibirsi. Davanti a Filippo che confessava tutti e costruiva le basi del famoso «oratorio», l’inquisitor scortese infila una perla dietro l’altra: solo i preti possono parlare di Dio, le confessioni devono esser fatte solo in spazi consacrati, le bambine non possono mai stare con i bambini, è inutile offrire l’ostia ai poveri tanto non capiscono, è sbagliato divertirsi. «Ne parlerò con il papa, ti manderò a chiamare» minaccia il cardinale. Così accade e i piccoli dell’oratorio (peraltro… interclassista) finiscono davanti al papa: inutile farli salmodiare in latino, ma quando sono liberi di esprimersi il miracolo riesce, il papa dà la «confraternita» e Capuzzo mastica amaro.

Le due puntate son filate bene sugli sfondi di Viterbo e Pienza, con Filippo che ci regala non solo miracoli (accidenti, però, come sarebbe bello se anche oggi a qualcuno gli venisse, ogni tanto, il dono di guarire un moribondo o far rinascere un neonato). Regala, Filippo, anche pillole di fede («Dio non è paura … Prega Dio e cerca di essere felice») che non sarebbe male ricordarsene ogni tanto. E al fraticello intellettual-cuciniere, destinato a diventare suo successore, che gli poneva una domandina banale banale («Ma perché è così difficile seguire il Vangelo?»), Neri dà una risposta («Perché è semplice») che meritava la fiction intera.