Sanremo: interessi, accordi e strategie all’ombra del Festival della canzone
di Mauro Banchini
Una cosa, dopo Sanremo, è certa: in effetti «non sono solo canzonette». C’è molto di più. Molto di più serio da tener presente rispetto a testi e melodie che in pochi ricorderanno. C’è una importante macchina non solo per fare soldi ma anche per creare consenso, pilotare idee, orientare comportamenti. Una macchina efficace: che non deve scandalizzare (ci mancherebbe altro!) ma che sarebbe bene conoscere.
Prendiamo il piccolo caso dei «valletti»: gestiti dalla moglie del conduttore, al posto delle solite belle ragazze quest’anno sono arrivati i «valletti». Belli e possibili. Sguardi nel vuoto, corpi mozzafiato, ambiguità volute. Capaci di far sognare donne e avete mica qualcosa in contrario? pure uomini. «Anda e rianda», avrebbe detto il Benigni di qualche anno fa. Uomini oggetto, come nell’altro sesso (pardon: genere) le vallette e le conigliette (caro Santo Remo, tu che guardi tutto dall’alto: ridacci un po’ di femministe vere, quelle di un tempo. Quelle acide. Quelle arrabbiate contro la mercificazione dei corpi).
Il valletto del sabato, proprio in quei giorni, faceva il testimonial per un profumo marcato col nome di due stilisti dalle note tendenze. Si esibiva in mutande, il bel valletto, impegnato a non fare nulla tranne che a dirci: guarda come sono bello, fregatene se non hai lavoro o se sei precario, compra il mio profumo e sarai come me, in mutande perché ricco, non come oggi che sei in mutande perché povero.
Il servizio pubblico a servizio di sponsor in un intreccio continuo per illuderci che la realtà è diversa da quella che conosciamo: nulla accade per caso, in particolare quando si muovono vagonate di denari per pubblicità che costano un sacco e devono rendere un sacco e mezzo.
La canzonetta, dunque, come pretesto. E non solo per far vendere profumi e balocchi, caffè e mutande: anche per trasmettere valori. Esemplare quella che racconta le peripezie di tale «Luca», un tizio che «era» gay ma che poi ha incontrato una donna ed è passato sull’altra sponda. Su «Luca» esistono due scuole di pensiero: che Povia e Grillini abbiano, fin dall’inizio, furbamente pianificato tutto a tavolino oppure che Povia sia vittima di una censura, colpevole di aver raccontato una storia «diversa» e di essersi imbattuto in un integrismo assai poco laico (esiste ancora l’art. 21 della Costituzione?).
Alla fine del potente battage sulla canzonetta cosa resta? La tesi che per essere «corretti» è oggi necessario dire certe cose e, soprattutto, non dirne altre. Resta la vittoria culturale di alcune fra le lobbies più forti del mondo gay. Resta il monito che nessuno deve neppure provarsi a sostenere tesi «diverse». Resta il furbo finale di Roberto Benigni (lodatissimo, in particolare da chi proprio non lo poteva più sopportare soprattutto dopo le sue «conversazioni» e «conversioni» religiose. Ma adesso sì che è tornato lui: leggendo Oscar Wilde ha dimostrato di aver fatto buon uso della strana popolarità conquistata con Dante e Maria).
Restano le insopportabili ma furbe filippiche di Bonolis, abile nel creare una gioiosa macchina da guerra mediatico-economica sia per i soldi (ufficiali) del cachet sia per quelli (coperti da privacy) dell’indotto. Una macchina che mischia diversi generi comunicativi, in un cocktail coloratissimo per gli allocchi ma assai inquinato per chi vuol salvare il colesterolo dell’intelligenza: spettacolo e informazione, eutanasia e spogliarelliste, incursioni finte di donne nude e spazi veri per i figli dei cantanti, ma su tutto grandi interessi pubblicitari (le scenette fra Bonolis e Laurenti certo non sono dispiaciute ai capi della Lavazza: la «cifra» comunicativa era la stessa). Proprio quel Bonolis che fa l’offeso davanti alla libera opinione di un giornalista e se la prende come se fosse stato il papa a firmare quel pezzo. È giusto che il circo mediatico non riesca a distinguere l’opinione del Bonolis e quella del presidente del Comitato nazionale di bioetica? Tutti opinionisti allo stesso modo?
Qualcuno ha ironizzato sull’annunciata vittoria, in un programma Rai, di un cantante della «concorrenza». Sarebbe la riprova di uno scenario («Raiset») di compromesso, economico e culturale, fra i due corni del monopolio televisivo per contrastare l’affacciarsi sul mercato televisivo di nuovi protagonisti. Esagerato o meno, non è sfuggito che la contro-programmazione di Mediaset è stata, nei giorni di Sanremo, assai debole: affidare la «concorrenza» della rete ammiraglia allo sceneggiato sulla vita della Montessori è, in effetti, singolare. Invitare, nella serata conclusiva che oltretutto stava per premiare uno degli «Amici» proprio la padrona di «Amici», può in effetti dimostrare che con la scusa delle canzonette, si stanno delineando scenari futuri. Non solo per le canzonette ma per l’intero sistema dei media. Inutile scandalizzarsi, ma utilissimo tenere gli occhi aperti; cercare di capire. Se non altro perché siamo noi a pagare tutta la baracca.
Per non parlare del televoto e dei trucchetti collegati: qui spero solo che il ricorso del Codacons porti, nel futuro, almeno qualche risultato concreto e se proprio si vuole insistere su questa tecnica almeno si diano, in evidenza, tutti i dati sul numero effettivo dei votanti (veri) e sulle percentuali (vere).
Per il resto, come fa la canzone che ha vinto Sanremo? Io non la ricordo. Ma che importa? Contano forse qualcosa, a Sanremo, le canzoni?