Sanremo, un festival fra patacche e pernacchie

di Mauro Banchini

«ASanremo hanno vinto i peggiori». Lo ha detto uno che di musica, fino a prova contraria, se ne intende: il violinista Ugo Ughi.

Ma l’avevo intuito pure io, che di musica (e di parecchio altro) ci capisco poco, però mi picco di saper odorare al volo la differenza tra una patacca e un tesoro.

Di tesori, nell’ultimo festival della canzone italiana, ne sono usciti pochi.

In compenso le patacche l’han fatta da padrona, compresi i tanti – troppi – misteri del «televoto» su cui bisognerebbe che qualcuno di serio indagasse sul serio.

Secondo qualcuno la patacca più solenne ha avuto un nome altisonante («Emanuele,Umberto, Reza, Ciro, René, Maria, Filiberto di Savoia». Giuro: al completo si chiama così ed è uno solo). Ma io non sono d’accordo.

L’esibizione dei tre l’ho trovata, alla fine, una delle cose migliori dell’intero festival. E poi il ragazzo a me piace: non solo per i suoi sette nomi, ma anche per i suoi otto titoli. Che – nomi e titoli, in tutto quindici – meritano il dovuto, solenne riconoscimento da noi sudditi devoti.

Pensate alla scena: il gran ciambellano di corte (la Clerici? il Mazza? il Ghinazzi Enzo detto Pupo?) che, sussiegoso, annuncia a voce stentorea l’arrivo nientemeno che di lui, nell’ordine: «Principe di Venezia, Principe di Piemonte, Sua Altezza Reale, Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, Cavaliere d’Onore e Devozione del Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di Malta, Cavaliere del Gran Balì di Giustizia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, Cavaliere dell’Ordine di San Pietro di Cettigne, Emanuele, Umberto, Reza, Ciro, René, Maria, Filiberto di Savoia …».

Ed ecco, esattamente a questo punto, esattamente quando il furbo nipotino del mitico «re di maggio» fa il suo ingresso per lo spot delle cipolline Saclà, a questo punto, all’unisono, milioni di italiani e di italiane esibirsi, con regale solennità, raffinata eleganza, democratica superiorità in quello che il grande Edoardo chiamava pernacchio. Anzi: o’ pernacchio. Anzi: o’ pernacchione.