Sono tante le Maremme dentro «Terra ribelle»

di Mauro Banchini

Televisione è tante cose, polpettoni compresi (e non c’è cattiveria, nel definirli così: a tavola ci vado matto per un piatto su cui aleggia, ingiusto, l’eterno sospetto del comodo pretesto per riciclare roba avanzata). E queste sette puntate da 100 minuti l’una di Terra Ribelle sono il classico polpettone televisivo offerto in prima serata dalla prima rete a un pubblico capace di sciropparsi storiacce in una Maremma ottocentesca dove anche i butteri parlano come libri stampati.

Inesistente, questa Maremma, ma esistenti le 11,30 ore del polpettone firmato dalla Cinzia Torrini il cui Th aggiunto fra nome e cognome è misterioso tanto quanto il motivo per cui Giulia, la bella figlia del principe Marsili, sparì nella palude una ventina d’anni prima.

Storia intricatissima, curve continue, situazioni contorte. Inutile raccontarla. E allora divertiamoci con qualche «bischerata» (tutti, almeno una volta ogni mezzora, sentono il dovere di usare questo termine in tutte le declinazioni possibili. Altrimenti che Toscana – sia pure ottocentesca – sarebbe?).

P come paesaggio. Se tutto è davvero girato in Maremma e se ancora in Maremma esistono scorci così belli, viene davvero voglia di trasferirsi lì, in quella «Maremma incantata».

W come West. All’inizio sembra di essere capitati in un western, forse anche per la storia di Buffalo Bill con la Maremma. Le scazzottate alla Bud Spencer completano il quadro.

F come fattore. E come tutti gli amministratori terrieri che si rispettino, anche il nostro è farabutto, zotico, cinico, disonesto, trafficone. Finisce, «Maremma assassina», ucciso nella prima puntata. Ma ce lo ritroviamo fra i piedi di continuo.

C come conte. Davvero bischero questo conte padre di due belle «contessine». Comincia pure a indagare sulla scomparsa della figlia del principe. Sembra, mappa alla mano, «Maremma Jones».

L come Lupo. È – «Maremma infame» – il terribile capo dei briganti che infestavano la zona. Magari, alla fine, si rivelerà un buon diavolo. Certo migliore dell’onorevole Duran.

O come onorevole. Dice, l’onorevole, di essere «delegato del governo»: un politicante dell’epoca. Traffica con il fattore per speculare su terreni privati. Cose già sentite, «Maremma trottola».

M come Maremma. Qui i luoghi comuni si sprecano. «Terra dimenticata da Dio e dagli uomini». «Terra infestata dai briganti». «Terra affascinante». E, appunto, «terra ribelle».

B come banca. Per la precisione «banca tiberina». «Maremma Jones», il conte, aveva lì i suoi soldi e ha perso tutto perché qualcuno l’ha fatta fallire. E il conte povero ma onesto, «Maremma diavola», è costretto a far sposare una figlia al figlio del fattore ricco ma disonesto.

B come becco. È un ingegnere che finirà nelle paludi per progettare opere pubbliche. Sua moglie se la fa un po’ con tutti. Lui la prende con filosofia, ma si vede, «Maremma amara», che il boccone non gli va giù.

C come capraio. Sempre ‘briao come un tegolo e sporco, «Maremma maiala», come un suino. Non è chiaro perché, ma ha una figlia – Maria – che parla come un libro stampato ed è pure discreta.

R come rallenty. Uso abbondante: mandrie di cavalli, vacche al pascolo, ruscelli cristallini, alberi mossi dal vento, butteri mossi dai cavalli. Tutto rallentato con orge di sviolinate in sottofondo.

T come tartaglia. Allo sceneggiatore è venuto in mente che uno dei banditi avesse una forte balbuzie. Incredibile che i briganti, così carogne, non lo prendano mai a pernacchie.

F come ferrovia. Prima di essere ammazzato (dal su’ figliolo, ma la colpa la sbattono sul solito innocente) il fattore trafficava per costruire una ferrovia. Come nel grande film di Sergio Leone. «Maremma in carrozza».

D come dottore. Si chiama Tonale, è il medico condotto. Bello e vedovo, gli piace bere. Qualcuno, oggi, lo chiamerebbe «comunista» solo perché sta sempre lì a brontolare che quel farabutto del fattore ha un sacco di chinino e se lo tiene tutto per sé mentre i contadini muoiono di malaria. Per la serie «Maremma impestata».

T come taverna. Come tutti i saloon che si rispettino, è pieno di donnine allegre («Maremma zoccola») con gente che vocia e vino che scorre. Ogni tanto passa un frate a chiedere l’elemosina.

G come Gelmino. È il frate accattone. Dà subito l’impressione, fin dalla prima puntata, di saperla lunga sulla scomparsa di Giulia, la figlia del principe.

C come capitano. Si chiama Giacomo e fa il capitano nei carabinieri a Firenze. Sufficientemente bello si invaghisce di Elena, la contessina minore. Ma lei è troppo presa da Andrea, il bel buttero. Secondo me, Giacomo, alla fine, sposerà Elena.

E come elementi. C’è del tenero fra la contessina Elena e il buttero Andrea. «La natura – dice lei, che studia medicina – è una infinita combinazione di elementi e alcuni, talvolta, si attraggono». Lui, invece di mandarla a spaiare per questa prosa bacioperuginesca, le offre un fiore e poi la bacia. Per la serie «Maremma svelta».

J come Jacopo. È il figlio del fattore e dal fattore ha presto imparato tutte le rozzezze tranne quella di tirare su quanto mangia il brodo. Deve scegliere fra la contessina giovane e quella meno giovane. Sceglie la prima offendendo la seconda con un «Le manze si comprano giovani e te sei stagionata» che non è, riconosciamolo, il massimo della cortesia. Un’eleganza da «Maremma cane».

M come Maria. Fa anche uno spogliarello integrale, come di sicuro facevano tutte le figlie dei caprai nella Maremma dell’Ottocento. Da qui la nota espressione «Maremma bona».