Tanti Puccini uniti dalla fragilità
di Mauro Banchini
«Se sapessi cos’è l’amore riuscirei a finire Turandot». Uomo che aveva amato tanto, non si era fatto mancare nulla, di donne ne aveva conquistate diverse e neppure con grande fatica, il Giacomo Puccini della fiction tv è tormentato. Arrivato all’appuntamento con la morte non riesce a capire cosa sia, da dove venga, quale sia il mistero dell’amore. Quell’amore che era stato il filo conduttore della sua musica. Non come l’antilisca, mitico essere (una specie di «sarchiapone» ante litteram) inventato per prendere in giro i colleghi cacciatori a Torre del Lago. È quel sentimento misterioso che Puccini, malato, fa fatica a tradurre per concludere la storia della principessa di gelo. E infatti non la concluderà fermandosi però sullo strazio di note dedicate al funerale di Liù, schiava suicida per non rivelare il nome di colui che un giorno lontano le aveva sorriso.
Fra le note di Puccini queste, almeno a modesto avviso di chi scrive, sono le più toccanti. Dispiace che le esigenze televisive abbiano messo in bocca ad Arturo Toscanini le famose tre parole («Qui muore Puccini») non sul funerale di Liù ma sull’acuto del «Vincerò». Un brutto falso. Oltretutto, la morte di Puccini meritava almeno qualche secondo di silenzio, non l’immediato, e stonato, spot di fine fiction.
Non male la riduzione di Giorgio Capitani. Ma a essere «non male» è la vita di Puccini qui raccontata con il solito sistema del ricordo incrociato: il maestro che racconta gli esordi partendo da lui bambino con il babbo, organista a Lucca, già in cielo («io suono e lui mi sente», dice alla mamma Sandrelli) e proseguendo con l’arrivo al Conservatorio di Milano. Nelle due puntate il rimando fra presente e passato è ripetuto: il Puccini in lotta contro la malattia, e contro la vecchiaia acquista una pistola che potrebbe servirgli per un suicidio assai poco assistito; il Puccini studente che per sbarcare il lunario suona il piano in un cabaret e trova subito il modo per «conoscere» una brava, e soprattutto bella, soubrettina finendo sul divano del palchetto a farsi raccontare «Boheme». E non solo.
C’è il Puccini che rilascia l’ultima intervista a una brava, e soprattutto bella, giornalista finendo con lei nel letto della suite e c’è il Puccini ancora studente che legge, in anteprima, gli spartiti di Giuseppe Verdi dopo che il maestro Ponchielli («la musica deve essere lo specchio della vostra anima») aveva fornito una dritta preziosa ai ragazzi del Conservatorio.
Subito prima del Puccini che continua a ricevere dalla mamma malata l’olio e il pane dell’amata Lucchesia, c’è il Puccini che compone e scompone, strappa e riattacca, una «Turandot che continua a sfuggirmi». Il Puccini curato, nella clinica di Bruxelles, dalle suorine col cappellone (accidenti che suorine discrete ci stavano in quella clinica!) si alterna con il Puccini che, tenerissimo con un collega più sfortunato e musicalmente fallito (tale Ghigliozzi), gli trova lavoro senza mortificarne l’orgoglio.
C’è il Puccini di Doria Manfredi, cacciata dalla gelosia della moglie Elvira, che si uccide col veleno (è al cinema l’altra «verità» sulla ragazza del lago: il film anch’esso seguito da Toscana Film Commission che racconta l’amore che Giacomo avrebbe avuto per la bella cugina di Doria, Giulia, impegnata a gestire la locanda sul lago. E non solo). Ma c’è anche il Puccini sostenuto da Giulio Ricordi, editore che punta su di lui per amore della musica. Ma anche dei soldi che la musica (almeno quella di Puccini) fa incassare.
Ce ne sono parecchi di Puccini, in queste due puntate con musiche di Marco Frisina. Ma c’è un sentimento che li unisce tutti, nella lettura di Capitani: la «fragilità». E in effetti Puccini appare fragile fin dall’inizio: non crede in sé, parte sconfitto, pensa di potersi fermare come organista nella chiese di Lucca, si sente schiacciato dal peso di Giuseppe Verdi e, qualche decennio dopo, dall’incalzare della modernità.
«Lei ha paura del giudizio», lo avverte il maestro del Conservatorio. «Giacomo, ricordati sempre chi sei», lo rassicura la mamma. «Se tu credi in te stesso gli altri crederanno in te», aggiunge il librettista. «La tua colpa è il non voler credere in te» lo tormenta quella santa donna di Elvira, la moglie.
«Forse se torna la musica guarisce la gola. O forse è il contrario» si tormenta da solo, incapace di chiudere «Turandot». Aveva appena detto «mi fai sentire vecchio» alla brava, ma soprattutto bella, giornalista che esce dal letto del maestro ultra sessantenne proprio in tempo per non farsi trovare da Elvira. Che però aveva capito tutto.
Ce ne sono tanti di Puccini, in questo continuo gioco di rimandi fra gioventù e vecchiaia, vitalità e malattia, amore ideale e amore carnale, vita e morte, fucili da caccia e pistole da taschino, soffitte e grandi alberghi. Ma resta, intatto, il grande mistero: le sembianze dell’antilisca, mitico essere sulle rive del lago che quando meno il maestro se lo aspettava, gli annunciava una musica di cui nessuno, ma proprio nessuno, riuscirà mai a capire dove diavolo, fino a quel momento, si fosse nascosta.