Televenditori di «balle» sull’arte e… sulla Libia

di Mauro Banchini

Lo giuro. Non riesco a staccare gli occhi da un personaggio come questo. Mi è entrato in casa per caso, la mattina, da una tv regionale negli spazi meno nobili ma dotati di un fascino a mio avviso enorme: le televendite. C’è chi vende tappeti e chi magnifica scarpe, chi giura sui numeri del Lotto e chi spilla soldi con l’oroscopo. E poi c’è lui, il mitico Andrea Diprè. Colui che nel sito web si qualifica come «il» critico d’arte per eccellenza aggiungendoci, tanto per gradire, «l’unico, il preveggente, l’inconfondibile».

Tenta di convincere urlando, come ha visto fare a sgarbivittorio. Se è riuscito a lui, perché non dovrebbe farcela il giovane dipréandrea?

Magnifica la sua condizione professionale: «critico d’arte». Appare in tv con tanto di nome («dott», mi raccomando) e di indirizzo web, dà il suo numero di cellulare (che mi piglia una maledetta voglia di fare. Mi freno appena in tempo) e affida il suo messaggio a due inquietanti punti di domanda. «Sei un artista? Vuoi andare in tv con Diprè?».

A me – di andare in tv e, soprattutto, di andarci con uno come lui – onestamente non mi interessa e peraltro non sono neppure un artista. Però il ragazzo mi affascina. Penso a quei poveri «artisti» che si faranno convincere dalla disinvolta affabulazione di questo strano tipo che sostiene di essere «nato per combattere l’ingiustizia». Laddove l’ingiustizia massima sarebbe racchiusa in un concetto: non apparire in televisione. E laddove è «soltanto» lui, il dottor Andrea Dipré, a essere capace di fare il miracolo: far apparire nella mitica scatoletta le opere del «tuo talento» renderle visibili «a un pubblico vastissimo nazionale e internazionale». Non è chiaro come ciò possa avvenire. Non è chiaro se le opere appariranno in Rai, alla Cnn o in «tele qualcosa», se saranno viste alle due di mattina o alle 21 della sera. Quando l’artista dovrà pagare oppure se basterà una stretta di mano a colui che si auto definisce «l’unico». Tutti … dettagli.

Pittori e scultori sono comunque avvertiti. «Oggi il talento non basta … l’artista deve farsi conoscere … e deve farlo per elevare lo spirito della civiltà, per diffondere l’humanitas». Bisogna dunque andare in televisione e l’unico che può aiutarti a farlo è lui, «il dott. Andrea Duprè» che, dal sito, si scopre essere «anche avvocato». Sempre dal sito si legge che lui «si divide tra Milano, Firenze, Roma» mentre è lui stesso che si definisce «brillante critico, competente storico dell’arte, profondo conoscitore dell’arte rinascimentale e manierista». Insomma: uno che il povero Paolucci gli fa un baffo.

«Dietro alla parola, dietro alla culturalità – ammonisce il Dupré dall’alto della sua sapienza – c’è appunto l’essere, ossia ciò che è senza perché, come è per noi, in una vertiginosa affinità, l’universo stesso». Non so che voglia dire, forse proprio perché non sono un artista, ma non importa. È troppo bello!

Impossibile che il povero «pittore», più o meno della domenica, non si faccia convincere da un critico d’arte così «disinvolto e coinvolto» e non telefoni subito alla televendita per raggiungere l’obiettivo gognato («mostrarsi in televisione»).

E dopo la telefonata? «Io – urla dipréandrea – verrò direttamente nel tuo studio per riuscire ad archiviare la tua storia». Non è chiaro se sia una minaccia o un’opportunità. Ma trovo impossibile dubitare di uno che – l’ho registrato, giuro – aggiunge che «nessuno può sostituire il mio modo di fare perché io sono nato così, per combattere l’ingiustizia».

Mi spiace solo che l’affabulazione del «preveggente» sia già finita. E che in tv stia per cominciare uno spazio in genere considerato più nobile rispetto alle vendite dei tappeti: le news, il giornalismo. Siccome da poche ore si bombarda quel colonnello Gheddafi vestito da clown che fino a pochi mesi fa abbiamo ricevuto in pompa magna, adesso cercano di farci credere, attraverso le news, che è solo una operazione umanitaria. Noi, compresi tutti quelli che a Gheddafi hanno venduto armi e quelli che con Gheddafi ci hanno trafficato, difendiamo la democrazia e la libertà degli insorti.

Direi, a occhio e croce, che mi è più facile credere al «brillante critico d’arte nato per combattere l’ingiustizia».