Tra «bassi» e «alti» è ancora tempo di Zelig
di Mauro Banchini
Tante novità, molte riconferme, qualche via di mezzo». Questa, secondo il conduttore Claudio Bisio, la sintesi di Zelig 2011.
Fra le riconferme, ma non è certo relativa al solo programma quest’anno guidato con la brava Paola Cortellesi, anche un uso costante di quello che un tempo si sarebbe chiamato turpiloquio. Ci scherzano, all’inizio, i due conduttori: ironizzano su un programma «privo di volgarità». E si divertono sulla rappresentazione dell’universo femminile con una Cortellesi sexy-pantera fintamente impegnata in uno stacchetto tanto simile a quelli attraverso i quali, in quest’oggi così deprimente, show girl di quarta fila diventano apprezzatissime consigliere regionali.
Ma non è uno scherzo il fatto che la stessa Paola appaia molto più intrigante quando, smessi gli «abiti» di una sessualità sfacciatamente esibita, ricompare con un vestito che la copre fino alle caviglie, non lascia intravedere nulla e la rende ecco il punto assai più bella rispetto allo scherzo di prima. Un monito da non scordare per opporsi a una tv che, piano piano, uccide pure il desiderio.
E anche sull’uso del linguaggio definirlo «turpiloquio» non va più bene visto che, ormai, parlano in questo modo pure nei nidi d’infanzia molto ci sarebbe da dire.
Ricordo come ci pareva aggressiva, e si era attorno al mitico Sessantotto, quella nostra compagna di classe quando si rivolgeva a noi maschietti imbranati dicendoci di «non rompere quelle che io non ho». È passato un battito d’ali e nessuno, oggi, si turba più di tanto nel sentire in primissima serata tv termini molto (ma molto, ma molto) più espliciti. Il processo, che credo non abbia pari in altre tv nel mondo, è iniziato da qualche decennio e oggi ogni parolaccia è stata definitivamente sdoganata da un pezzo fino al paradosso che non esistono più le parolacce (per turbare qualcuno bisognerebbe, forse, ricorrere all’antico «cribbio»). Basta ascoltare ciò che si sente a giro fra gente normale o rileggere i testi delle intercettazioni telefoniche fra i cosiddetti potenti. Possibile sperare in una moratoria delle parole brutte?
Tornando a Zelig, programma che a me piace nonostante gli inevitabili «bassi» contrapposti ad «alti» talvolta sublimi, mi pare che l’accoppiata Bisio/Cortellesi funzioni.
Continua a funzionare il ritmo, serratissimo, delle esibizioni. Si ripropongono tormentoni («Così è la vita/se piace piace/se non piace Piacenza») che la dicono lunga sul livello in cui viviamo. Si ritrovano (è il caso di Antonio Albanese con il suo Cetto) personaggi che rappresentano così bene la realtà da sembrare perfino meno veri rispetto ai protagonisti autentici di una politica a cui piace «u pilu». Quale differenza, d’altronde, fra il Cetto che conciona «Tu mi voti e io ti trovo lavoro: tu non mi voti, ‘ntò culu» e quello che vediamo praticare in molti per carità: non tutti esponenti di un ceto politico che organizza corsi su «u pilu e sviluppo sostenibile»?
Deliziosa la definizione di cultura («Un apostrofo rosa tra una perdita di tempo») usata, con Leonardo Manera, da un Piter che è anche molto esplicito nel ricordare la dritta («Studia il modo di darla al presidente del Consiglio») fornita da un suo amico alla figlia in cerca di lavoro.