Tra bene e male, strizza l’occhio al male il Padrino tv

di Mauro Banchini

Ha mani grandi, gli piace il miele, adora Mina, è molto religioso, tiene sempre la Bibbia, ha tre crocifissi al collo, gli piace la musica del Padrino». È un irriconoscibile Nino Frassica mafioso che, alla domanda del poliziotto, sintetizza così le caratteristiche dello «zio» raccontato in prima serata domenica e lunedì scorsi da Mediaset con una fiction tutta dedicata all’Ultimo Padrino.

Che poi è lui, il sanguinario Bernardo Provenzano interpretato dal bel Michele Placido. E di belli in questa fiction ce ne stavano almeno altri due: il poliziotto stile Raul Bova e la poliziotta con labbra carnose che uno si chiede perché mai non farsi arrestare da una come lei.

Alla fine, attorno alle 23 di lunedì, è proprio il manipolo di bravi poliziotti guidati dal bello e dalla bella ad acciuffare un criminale latitante per un quarantennio e che, per due serate, ha finito quasi per restarci simpatico.

Fra le nuove tecnologie in dotazione alla polizia (comunque sempre guardata con sospetta tirchieria da quelli del piano di sopra – politici in testa – e accusata di spendere troppo in cimici e intercettazioni) e la semplicità contadinesca di questo ometto apparentemente povero in canna, oltretutto malato e sofferente, divoratore di Sacre Scritture, è quasi inevitabile che la simpatia vada al secondo. Poi ci si è messo Michele Placido con alcune dichiarazioni in effetti stupefacenti e il gioco mediatico è fatto. Che «iddu» abbia un’intelligenza superiore ad almeno la metà dei parlamentari – come ha detto l’attore – può essere vero, ma accostarlo a padre Pio per la profondità della fede è certo azzardato.

Di Provenzano «made» Canale5 ricordiamo i famosi pizzini scritti con una vecchia Olivetti che chissà dove li trovava i nastri rossi e neri quando finivano. Ma ricordiamo anche la straordinaria tendenza a confondere pax biblica e pax mafiosa.

Qualche perla in bocca allo «zio» che dorme in sacco a pelo, gira con uno zaino in spalla, mangia pane e formaggio pur potendo permettersi i migliori ristoranti del mondo: «la nostra strada è difficile come quella di Mosè … vegliate perché non sapete quando il Signore vostro verrà … dobbiamo raggiungere la terra promessa …».

Nessuno si illuda: per «Iddu» la terra promessa è solo un grande centro commerciale dove ci si può alleare con finanziarie pulite; la speranza è quella di diventare «invisibili e puliti»; la strada lunga è quella che porta al businnes del Ponte sullo Stretto.

Qualche notazione collaterale: in alternativa, domenica, le altre reti hanno sparato grosso nel tentativo di difendere l’audience. Faceva effetto assistere alle sofferenze fisiche dello «zio» – provocate da un cancro alla prostata poi curato alla grande in una clinica francese – e contemporaneamente sentir parlare di prostata nell’Elisir di Michele Mirabella. Su La7 c’era da rispondere a un quesito serio («Chi uccise i dinosauri?») mentre, tralasciando la Sicilia del solito Montalbano, la seconda rete dava spazio a un film («Criminal minds») perfetto per definire quel falso poveraccio che noi vorremmo vedere sterminato come i dinosauri. Alla fine anche per «Iddu» arriva la giustizia umana, ma «lo zio» dimostra grandezza: mentre i poliziotti, sguaiati, urlano e si abbracciano, «Iddu» giganteggia in fair play. Regala un nobile «complimenti» alla controfigura di Raul Bova, gli stringe la mano e si congeda con uno sguardo beffardo. Che più beffardo non si può. Quasi a dire: fate pure, tanto alla fine qui vinco io.