Tv7, quando i migranti eravamo proprio noi

di Mauro Banchini

Tutti (compresi certi politici di questa disgraziatissima seconda repubblica) dovrebbero rivederla quella puntata di Tv7 dedicata agli immigrati italiani in Germania.

L’hanno passata, l’altra sera, quelli di «Rai Storia» (pregevole canale di servizio, in piattaforma Sky, che ti riconcilia con la televisione) ed è datata 1970.

Racconta vicende particolari subìte da migliaia di nostri connazionali costretti a cercare lavoro all’estero: in questo caso in Germania. Per la serie: quando i migranti eravamo noi.

Una puntata coraggiosa, quella firmata da Emilio Ravel. Scopriva un «altarino», un dettaglio, assai poco civile nella potente Germania del boom economico: tanti nostri emigrati, in genere arrivati dal sud, venivano letteralmente «affittati» a «caporali» di pochi scrupoli.

Sui fogli ufficiali la paga risultava – ci mancherebbe altro! – regolare: ma nella realtà era assai più bassa del dovuto. La differenza? Se la dividevano «caporali» e imprenditori. Di grande impatto emotivo le interviste ai nostri migranti: rigorosamente in bianco e nero, quelle facce, quelle sintassi incerte, quei dialetti intimiditi erano di enorme espressività, raccontavano una evidente ingiustizia. Per nulla scontate anche le domande poste sia ai caporali che agli imprenditori tedeschi da giornalisti che avevano bene in mente come, per un giornalista, porre domande scomode dovrebbe essere la norma.

Per non parlare delle immagini dedicate alle «baracche» dove, a caro prezzo, vivevano i nostri uomini. Fino a quattro persone (persone?) in pochi metri quadrati. Afa soffocante in estate e gelo in inverno. Personalmente, qualche anno dopo, ho visto baracche analoghe in Svizzera. Ci abitavano, in spazi ristretti, decine di lavoratori che venivano, in questo caso, dalla Montagna Pistoiese e stavano facendo la fortuna di imprenditori nella civilissima Svizzera. Anch’io ho visto la povera biancheria intima stesa su un filo accanto ai lettini. Anch’io ho visto, appiccicate con il nastro adesivo accanto ai lettini, le foto con ragazze prosperose: certo non ricordavano le mogli lasciate al paese ma di sicuro aiutavano a superare la grande solitudine. Anch’io ho visto l’umiliazione mista a fierezza su quei volti di gente povera che poteva soltanto lavorare e mettere da parte soldi. Anch’io ho visto «ferocissimi» compagni comunisti arrabbiati forte contro il governo democristiano che però si fermavano, occhi lucidi, subito dopo: quando la cerimonia prevedeva di far suonare un mangiadischi con l’inno di Mameli.

Ripensavo a questo, l’altra sera, e pensavo – pensiero fin troppo facile – a come siano cambiati i tempi, adesso che i migranti non siamo più noi e magari qualcuno di quei lontani migranti oggi se la prende con i marocchini.

Interviste ficcanti, quelle della Tv7 anni Settanta riproposte in una serata estiva quarant’anni dopo. Giornalismo coraggioso che adesso sembra quasi impensabile in una qualunque prima serata tv di questa disgraziatissima seconda repubblica che se uno fa semplicemente il giornalista quasi lo mettono in galera o comunque passa per nemico del popolo.

Interviste che tutti, compresi certi politici di oggi, farebbero bene a rivedere. Così come fa bene ripensare alla forza di questa Tv7, trasmissione di approfondimento di un Tg1 oggi così discusso e discutibile e anche allora, come sempre, filogovernativo: eppure così capace di affrontare tematiche anche scomode.vOggi, diciamoci la verità, molto di questo sano «vizio» è andato perduto anche se Tv7, ancora con la forma di rotocalco, continua ad esistere.

E a raccontare storie.