Un altro modo per la divulgazione scientifica in tv
Patito come sono di «Voyager» (che alla divulgazione scientifica cattedraticamente intesa starà anche stretto, ma – anche per merito di Crozza – è così divertente da risultarmi perfino credibile nella sua oggettiva in-credibilità) ma pure della ditta Angela (padre e figlio), ho passato un’intera serata, sabato scorso, con Massimiliano Ossini, nuovo presentatore di E se domani (Rai3).
Mi sono fatto condurre, da lui e dalla sua ottima squadra (tra cui Teresa Paoli di Prato), in un viaggio partito nelle viscere della Sardegna dove, nelle caverne, gli astronauti si preparano alle condizioni estreme dello spazio; per arrivare a Sesto Fiorentino dove è stato realizzato un aggeggio capace di eliminare, per il futuro, un problema che a noi pare lontano ma qualche guaio potrebbe comunque procurarlo: la «spazzatura spaziale», i resti di satelliti esausti che, in milioni di frammenti, girano lassù attorno alla nostra terra.
Bello il titolo (questa è la terza serie) e familiare il conduttore. Dico familiare perché il 34enne Ossini fu premiato due anni fa, a Pistoia, da Greenaccord – nel convegno dei giornalisti cattolici per la salvaguardia del Creato – come «sentinella del Creato» avendo già dato buona prova delle sue capacità divulgative in «Linea Verde» e in «Cose dell’Altro Geo».
E questo è anche il pretesto per agganciare «Curiosity», la sonda che sta indagando Marte. E da qui partono altre immagini, su uno fra gli scopi per cui mandano sonde e aggeggi vari nello spazio: cercare un «pianeta gemello». Forse ne hanno trovato uno, ma con le velocità attuali – spiega Ossini – per raggiungerlo ci vorrebbero, in anni, tutti quelli che sono stati a oggi necessari per l’intera storia dell’uomo. E poi, conclude Ossini, «siamo proprio sicuri che là si troverebbe qualcuno?».
Qui può venirci in soccorso solo Kezzinger mentre Massimiliano – dopo una pausa pubblicitaria a base di bevande per far andare in bagno e integratori contro la perdita di calcio nelle donne in menopausa – fa entrare cinque giovani divulgatori scientifici (Teresa, Daniela, Barbara, Alessio, Raffaele) con il compito di raccontarci, unendo la freschezza del giornalismo alla serietà della scienza, altrettante storie che incantano. O, per essere precisi, che a me hanno fatto questo effetto.
Dal bird strike (gli impatti, talvolta devastanti in termini di conseguenze, fra gli aerei e gli uccelli) alla attendibilità delle scadenze nei cibi (lo sapevate che, secondo la FAO, sono 1 miliardo e 300 milioni le tonnellate di cibo ancora buono che ogni anno, nel mondo, vengono distrutte solo perché sulle scatolette è indicata una scadenza che non è ancora arrivata?).
Daniela, divulgatrice di medicina, ci fa entrare in ciò che potrebbero sentire le persone (almeno 1.500 in Italia) costrette in coma mentre Barbara ci porta a Ercolano dove grazie ad appena 16 milioni di euro in 10 anni la ricerca culturale sta restituendo vita a uno fra i tesori maggiori che avevamo e che, dieci anni fa, stava pere essere distrutto dall’incuria.
Una fra le suggestioni che mi resteranno? Il recupero di una tecnica antichissima (la falconeria) in mezzo alla tecnologia di un aeroporto italiano, per allontanare – grazie a falchi, poiane e aquilotti – migliaia di altri volatili dai pericoli di impatto contro i volatili di acciaio. L’aquila qui utilizzata si chiama «Maya». Omaggio subliminale al mitico Giacobbo?