Un grande Adriano anche se ha cantato soltanto due volte
di Mauro Banchini
«Combattente nato, da sempre contro, che non ha mai smesso di lottare per difendere ciò in cui crede». È Adriano Celentano, come con un filino appena accennato di pacata enfasi si presenta nel suo sito web. E come piacerebbe a tutti noi essere.
Anche perché oltre a non smettere di lottare, Adriano non smette mai neppure di guadagnare. Anche benino, buon per lui. E questo, nell’economia di una famiglia, certo non guasta.
Tornato in tv con la solita mania dei sermoni (ma nel frattempo l’arte del sermonismo è diventata così di moda che se non sta attento neppure Silvio il re dei sermonisti, l’uomo che fonda un partito sul predellino della macchina sarà in grado di essere più il primo della classe) Adriano è comunque un grande.
Grande nell’arte di farsi pagare dall’azienda pubblica per un programma che esce quando sta uscendo l’ultimo disco in modo che la pubblicità del disco la paga l’azienda. Cioè noi.
Grande quando se la prende con gli architetti («la più grande sciagura») e ci ricorda come siano brutte le nostre città, comprese certe nostre scuole dove effettivamente la prima cosa che viene in mente non è lo studio ma il suicidio. Brutte, quelle scuole, quasi come certa nostra televisione.
Grande, il re degli ignoranti, quando intervista Milena Gabanelli («Perché se all’Isola dei Famosi succede una fesseria, il giorno dopo ne parlano tutti i giornali mentre sulle tue inchieste c’è solo un grande silenzio?»). Gli affezionati di «Report», quelli che ogni domenica sera gli sale la pressione perché è impossibile non arrabbiarsi davanti a certe denunce, se lo chiedono di continuo: com’è possibile che, poi, tutto resti come prima?
Grande, Adriano, quando civetta con la pubblicità del Cynar e quando ricorda il dramma della politica («I politici hanno sempre fretta altrimenti perdono voti; ho il clamoroso sospetto che Prodi sia sulla strada giusta: fa promesse realizzabili e la gente non gradisce»).
Grande quando fa l’unica cosa che secondo molti un cantante dovrebbe fare: cantare. Grande quando termina il suo attesissimo ultimo programma di prima serata su RaiUno addirittura poco dopo le 22 e 30 («Anche questa è una questione di civiltà», sottolinea il sempre plaudente Fabio Fazio). Peccato, davvero peccato, che così si faccia un enorme piacere al Porta a Porta che, cominciando mezzora prima sugli sforamenti consueti, ci porta in casa quel bischerone del principe impegnato a chiederci soldi mentre speravano fosse già andato dritto a quel paese, con babbo e mamma così poco regali.
E grande, Adriano, con la sua sermonata finale agli ultrà che invita a togliere l’accento, a seppellire gli oggetti di violenza, a ribaltare la nazione. Le votazioni aggiunge l’ex molleggiato non servono «se la gente non rinasce dal di dentro». Luminoso esempio di saggezza in un contesto che si arrabatta sui tecnicismi dei sistemi elettorali finendo per scordare aspetti assai più importanti.
E anche Silvio, impegnato nel nuovo partito, dovrebbe farla da dentro questa sua rivoluzione: Adriano lo invita a dire alla Moratti di stoppare i progetti milanesi contro la natura. Per non parlare di Mastella, che Adriano docet dovrebbe smetterla di togliere ai magistrati inchieste che oltretutto riguardano lo stesso Clementone da Ceppaloni.
Non è chiaro se basteranno i sermoni adrianeschi a fermare le lobbies del cemento (quelle di Milano, ma pure quelle toscane e quelle sparse in tutta Italia con l’obiettivo comune di rovinarla, l’Italia). Dubito che Silvio quello che fonda i partiti dal predellino e poi dice di essere come don Sturzo si faccia convincere a esaminare una coscienza presumo simile a quella di Bruno Vespa: decisamente inquinata dal cinismo dell’audience. Per non parlare di Mastella e degli ultrà.
Ma allora: a che serve un programma come quello che, per un’ora e mezzo ci ha tenuti incollati anche con la speranza che le strisce orizzontali e verticali delle camicie di Adriano lo portassero a cantarci qualche pezzo di quelli antichi mentre lui ce ne ha cantati solo due dell’ultimo cd dal nome strano perché così si vende meglio? Già: a che serve un programma come questo? A nulla. O, forse, a tutto.