Vespa, tra gli improbabili capannoni spunta la pelata «sospetta»

di Mauro Banchini

Magari se ne è già accorto qualcuno. Magari non è quello scoop da Pulitzer così come a me sembra. Magari ne hanno già parlato tutti. O magari ve ne siete già accorti da soli. Ma io, sprezzante dei rischi derivanti dal giornalismo d’inchiesta, lo scrivo lo stesso: non posso tacerlo, la deontologia me lo impedisce e poi Brunone cerco sempre di evitarlo. Ma l’altra sera non ce l’ho fatta.

Stava in prima serata con il terremoto e con i terremotati (incredibile la capacità della televisione di fornirci, magari nella stessa trasmissione, pezzi di assoluta significanza e contributi dalla banalità sconcertante). Nella solita, telecomandata, rincorsa folle alla ricerca di qualcosa che fosse almeno visibile sono arrivato sul Porta a Porta di RaiUno. E mi sono accorto del fattaccio.

Mi sono subito fatto turbare davanti all’ennesima riproposizione vespiana del plastico. Lo avrete già letto: sono riusciti a mostrare un plastico di un capannone, ma sia il mitico conduttore sia i suoi collaboratori in un capannone industriale o artigianale vero non devono mai esserci entrati. Neppure per sbaglio.

Hanno infatti mostrato, fra il palpabile imbarazzo dell’ottimo ordinario in Scienza delle Costruzioni al Politecnico di Torino che con ammirevole inutilità ha tentato di far capire come i veri capannoni non siano così, una sorta di tempietto greco: come se nei capannoni crollati causa terremoto fossero normali due o tre file, interne, di colonne.

Uno si chiede dove mai, fra una colonna e l’altra, potrebbero essere collocati i macchinari che poi, insieme al lavoro, sono il vero motivo per cui di realizzano capannoni artigianali o industriali.

Forse il plastico era pronto per il crollo del Partenone? Meglio evitare la risposta. E anch’io, per carità di patria, ho subito evitato di mandare a quel paese Brunone con i suoi modellini per concentrarmi (è una mia mania) sul labbrone (superiore) rifatto di una sua inviata spedita fra i terremotati modenesi. Dal labbro rifatto esce una domanda («Si poteva evitare?») che lascia interdetto perfino il regista: stacca dal primo piano sul gonfiore dell’inviata e passa allo studio. È qui che mi accorgo del fattaccio.

Vespa è girato verso il grande schermo. Si intuisce che, davanti, si sta fregando le mani con il solito untuoso metodo da uomo di marketing soddisfatto per i proventi pubblicitari, ma noi lo vediamo «di nuca».

Qui mi rendo conto: quella che potrebbe essere una splendida – naturalissima, vista l’età – pelata è coperta da una peluria molto sospetta. Mi piacerebbe vederla da vicino ma, da lontano, somiglia troppo al catrame dei «capelli» che ornano la testa dell’ex presidente Silvio. Troppo stretta l’amicizia fra i due «compagni di riportine» per non pensare che il miracolo di Silvio abbia attecchito pure sulla pelata di Bruno provocando, anche qui, un effetto fra il comico e l’imbarazzante.

Esisteranno certo, anche fra i lettori di ToscanaOggi, ammiratori di Bruno Vespa e con questi mi scuso: ma quando guardo Porta a Porta mi viene spontaneo mettere da parte le cose serie di cui parla (in primo luogo il terremoto, i morti, gli sfollati, la ripresa, i danni). Subisco troppo il fascino della trasmissione in sé. Un po’ come mi accadeva con il «tg» (chiamiamolo così) di Emilio.

Un ultimo elemento, nella diretta in prima serata di Porta a Porta, mi resterà impresso. A un certo punto, implacabile, si materializza Paolo Crepet. Certo ci saranno stati anche gli altri dell’allegra compagnia brunoniana: la giudice Matone, la Barbara Palombelli, il criminologo Bruno. Ma è a Crepet che Vespa formula la domanda delle domande. «Si convive con le scosse?». Ci pensa un attimo – lo psicologo, psichiatra e scrittore – per poi concludere con una fulminante risposta positiva. «Si può convivere con le scosse, almeno fino a che non ne arriva una davvero grande».

Non ce la faccio più. Riprendo il telecomando e atterro su «Assaggio a Nord Ovest» (canale Marco Polo di Sky) dove, direttamente dal ristorante «Da Palmerino» spiegano la ricetta del «vero, autentico, inimitabile baccalà alla vicentina».