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Rubrica: Risponde il teologo

30 Gennaio 2007

A chi spetta scegliere la traduzione della Bibbia?

di Archivio Notizie

Da vostro attento e interessato lettore, colgo l’occasione per formulare questa domanda-riflessione. La Parola di Dio è fondamentale per tutti i credenti in quanto veicolo diretto delle verità di fede e dell’amore di Dio. Una delle poche (!) occasioni per molti cristiani, piccoli e adulti, per ascoltare la Parola è la Messa domenicale; è per me fondamentale che il messaggio arrivi alle persone il più chiaro e diretto possibile. La versione della Bibbia che è adottata, mi pare quella ufficiale della Cei, non è certo poco chiara ma mi pare che, a confronto, la versione interconfessionale (LDC-ABU) in ligua corrente sia ancor più chiara, semplice, adatta a tutti, pur senza travisare il significato del testo. Non sarebbe tempo di pensare ad un passaggio (in Italia, non so altrove) ad una versione della Bibbia letta e proclamata più diretta? E se sì, può il Vescovo locale autorizzare un tale passaggio oppure è solo la Cei che deve decidere in tal senso? Vi ringrazio e vi saluto cordialmente.

Giovanni Casini – Firenze

Risponde don Stefano Tarocchi, docente di Sacra Scrittura Il lettore mette in rilievo uno degli aspetti più significativi dei cristiani di oggi: la quasi totale assenza di un rapporto diretto con la parola di Dio, eccetto la liturgia. Ci sono varie ragioni che spiegano il sospetto con cui le Sacre Scritture sono state guardate nel mondo cattolico per molte generazioni, per non dire per secoli. Tuttavia quello di una traduzione efficace dei testi biblici, dall’ebraico e l’aramaico, e dal greco, resta una questione di non poco conto.

Questo problema non appartiene solo ai giorni nostri, né alla cultura cristiana. L’uso antico della sinagoga, infatti, prevedeva la traduzione versetto per versetto della Torah di Mosè dall’ebraico in aramaico, e a gruppi di versetti tutti gli altri libri biblici, in modo che le Scritture fossero comprensibili a tutti. Per la stessa ragione nacque la versione dell’Antico testamento in greco, per le comunità ebraiche che non comprendevano la lingua dei padri. Lo stesso san Girolamo usò il latino, la lingua del suo tempo, completando il lavoro iniziato già in precedenza: si tratta della cosiddetta versione Vulgata (395-410 ca.).

Dopo alcune difficoltà iniziali, la Vulgata è stata la Bibbia ufficiale in uso per i cattolici sostanzialmente fino al Concilio Vaticano II, anche se con il mutare delle condizioni storiche, l’uso della lingua latina contribuì con altri fattori ad allontanare i cristiani dai testi sacri. La traduzione ufficiale della Conferenza dei vescovi italiani (Cei) che viene usata nelle celebrazioni liturgiche risale agli inizi degli anni ’70, sulla spinta del Concilio Vaticano II, dopo altre versioni nella lingua italiana. Esiste un progetto in corso che prevede una nuova traduzione, che è al momento all’esame degli organismi vaticani competenti e non dovrebbe tardare troppo ad arrivare nelle nostre comunità, anche se si porranno non poche difficoltà d’ordine pratico.

Comunque, ogni traduzione appare sempre datata appena appare, se vuole servirsi di una lingua in continua evoluzione e quindi troppo attuale, per rimanere inalterata a lungo senza rinviare al testo originale, e richiedere una nuova traduzione. E così via.

In ogni caso non è il singolo vescovo a decidere quale traduzione usare, ma la Cei, e dietro ad essa la Congregazione vaticana. Il magistero dei vescovi esercita anche così il suo ruolo di servizio di custodia alla Parola di Dio, come insegna il Concilio Vaticano II in uno dei suoi documenti più significativi, la Dei Verbum.

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