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Rubrica: Risponde il teologo

8 Settembre 2019

Alla Messa con un figlio autistico: la liturgia deve far sentire coinvolti tutti

di Redazione Toscana Oggi

Mio figlio autistico ha un po’ difficoltà a seguire la Messa. La Cei sta affrontando la questione. Sarebbe bello però se la Chiesa avviasse dei lavori con vari esperti, per applicare le conclusioni a tutto il mondo. Vi ringrazio di cuore.

Lettera firmata

Ringraziamo la lettera della nostra amica lettrice perché ci permette di riflettere insieme ancora una volta su un aspetto importante della nostra vita di fede: l’accoglienza e l’inclusione di tutti all’interno della comunità cristiana e delle celebrazioni liturgiche.

Il Signore è venuto per salvare l’umanità ed il suo disegno di salvezza vuole raggiungere anche chi si trova in condizioni di fragilità, malattia, sofferenza: nessun limite fisico o psichico può essere di impedimento a chi vuole incontrare Gesù e celebrare il suo mistero pasquale. Chiaramente occorre adottare tutte le attenzioni e gli strumenti possibili che ci permettono di far sentire coinvolti tutti, nella consapevolezza che proprio i piccoli e gli ultimi sono i più vicini al cuore di Dio.

Nel caso della Messa, come in ogni altra celebrazione liturgica, la grazia della salvezza ci viene comunicata dal Signore attraverso gesti, parole, azioni che utilizzano tutti i codici comunicativi ed i linguaggi sensoriali: vista, udito, gusto, olfatto e tatto ci permettono di fare un’esperienza che coinvolge tutto il nostro corpo ed il nostro essere.

In molte diocesi italiane sono in corso dei progetti pilota che adottano, oltre che nella catechesi, anche nella liturgia, proposte ispirate alla «Comunicazione Aumentativa e Alternativa» (CAA): si tratta di un insieme di tecniche, strategie e tecnologie che semplificano ed incrementano la comunicazione. Solo a titolo di esempio: proiezione di immagini e disegni di grandi dimensioni che illustrano le letture che vengono proclamate, canti molto semplificati composti da parole evangeliche facili da ripetere, utilizzo di segni e simboli a portata di ogni singola persona (l’aspersione con l’acqua benedetta, la mano stesa per l’assoluzione durante la confessione…), pittogrammi specifici per la disabilità mentale…

Senza poi dimenticare che esistono libri biblici in Braille – anche un non vedente può proclamare la Parola di Dio – e, con la partecipazione di un traduttore nella lingua internazionale dei segni, anche i non udenti possono ascoltare e capire il linguaggio verbale.

Chiunque abbia anche un minimo deficit intellettuale ha sicuramente ulteriori intelligenze (spesso maggiormente sviluppate) come per esempio quella pratica, sensoriale, affettiva, simbolica: per questo si cerca di promuovere una partecipazione liturgica ancor più legata ai cinque sensi.

E in questo campo è ancora più importante che ci sia la massima collaborazione di tutti i soggetti ecclesiali: la persona stessa, la famiglia, i catechisti/educatori, i ministri, i vari membri dell’assemblea liturgica.

Ci auguriamo che presto, queste realtà, si possano diffondere in ogni comunità cristiana, sia in Italia, che nel mondo intero.

Ricordiamo le parole che il Papa emerito Benedetto XVI ha affidato a tutta la Chiesa nell’esortazione apostolica Sacramentum Caritatis del 2007: «…Un’attenzione particolare deve essere riservata ai disabili; là dove la loro condizione lo permette, la comunità cristiana deve favorire la loro partecipazione alla celebrazione nel luogo di culto. In proposito, si faccia in modo che siano rimossi negli edifici sacri eventuali ostacoli architettonici che impediscono ai disabili l’accesso. Infine, venga assicurata anche la comunione eucaristica, per quanto possibile, ai disabili mentali, battezzati e cresimati: essi ricevono l’Eucaristia nella fede anche della famiglia o della comunità che li accompagna» (58).

È bello pensare che, come nell’episodio del paralitico calato attraverso il tetto dai suoi compagni davanti al Signore (cfr Mc 2,3-5), laddove non arriva la fragilità del singolo, supplisca la fede e l’intervento della comunità dei fratelli.

Roberto Gulino

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