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Rubrica: Risponde il teologo

1 Maggio 2015

Che significato ha l’attributo di «figlio di Dio» usato per Gesù?

di Redazione Toscana Oggi

Gesù viene chiamato  per la prima volta «Figlio di Dio» dal Battista («E ho visto e testimoniato che questi è il figlio di Dio») e poi da alcuni discepoli. Sembra quindi che tale attributo fosse normale per l’epoca e non scandalizzasse il popolo, anche se scandalizzò i farisei e il potere sacerdotale. Ma come era possibile chiamare Gesù figlio di Dio se per Israele Jahvè era l’unico Dio? O forse tale attributo aveva un diverso significato?

Daniela Nucci

Per comprendere l’uso del titolo figlio dell’uomo, si deve confrontarsi con il vangelo di Marco, che compare in passi di importanza capitale: nel titolo del libro, (1,1), poi nel battesimo (1,11), nel racconto della trasfigurazione, (15,39) al centro del vangelo (9,7) e infine nella confessione del centurione ai piedi della croce (15,39). Titoli equivalenti a «Figlio di Dio» sono anche «figlio» (13,32), e «Figlio del benedetto» (14,61).

La morte di Gesù in Marco (15,39) è il momento in cui la confessione del centurione rivela il significato autentico di «figlio di Dio». Ciò  che i demoni già sapevano, ma che dicevano nel peggiore dei modi, (1,25-34), ciò che la voce dal cielo aveva proclamato solo per Gesù (1,11), o per pochi discepoli frastornati (9,7), quella relazione intima che Gesù intratteneva con il Padre, (14,32-42), ora viene resa pubblica, ed è al momento della morte del figlio che lo diventa. 

Nel vangelo di Matteo nel titolo Figlio di Dio, si riverbera la tradizione di Israele, figlio di Dio, del messia e del servo. Che Gesù sia Figlio di Dio in  un senso unico lo si può evincere: dalla sua coscienza di un  rapporto unico con il padre, dal suo essere conosciuto pienamente solo dal padre, dal potere totale a lui trasmesso, e infine dalla distinzione mio /vostro padre. Matteo sottolinea sia l’origine davidica di Gesù, ma anche quella dallo spirito. La formula più vicina alla divinità è quella del battesimo di Gesù e quella trinitaria del battesimo cristiano (Mt 28,19). In ambiente giudaico era impossibile chiamare Gesù Dio, perché Dio indicava solo il Padre.

Nell’Antico Testamento in greco (la versione dei Settanta), IHWH appare Dio in quanto SIGNORE, la sua potenza si esprime nella sua Signoria assoluta. In questo senso il potere di Gesù (Mi è stato dato ogni potere), esprime la sua relazione unica con il padre, ma con un influsso salvifico per tutti.

Nel vangelo di Giovanni, il titolo figlio di Dio rivela l’identità del Gesù terreno. Ma il mistero della persona di Gesù si rivela nella gloria terrena del Figlio Unigenito, sperimentata dagli apostoli nei segni. Il titolo di figlio di Dio, come del resto tutti i titoli cristologici, aiuta a rileggere e a esplicitare, servendosi di figure veterotestamentarie o della letteratura giudaica intertestamentaria, l’dentità e la dignità di Gesù di Nazaret all’interno e non al di fuori della sua storia. Non si deve mai dimenticare questo aggancio all’evento storico, sottolineato fortemente dai quattro vangeli, ma anche dall’annuncio della Chiesa primitiva. L’incarnazione è l’inserimento di  Dio nella storia.

Nell’applicazione dei titoli cristologici a Gesù di Nazaret avviene ciò che la dogmatica chiamerà comunicatio idiomatum: lo scambio mutuo di proprietà che appartengono di diritto all’umanità e alla divinità. Questo scambio avviene secondo un regola ben precisa. Il concilio di Calcedonia userà 4 verbi  per indicare il modo in cui avviene questa comunicazione: senza confusione, senza mutamento, senza divisione e senza separazione. Se l’applicazione dei titoli cristologici significasse divinizzare Gesù, sfalsando la sua umanità, si finirebbe per mitizzare la fede cristiana. E si tradirebbe la regola di Calcedonia. Dunque la storia di Gesù costituisce il criterio di discernimento con cui vanno utilizzati i vari titoli, quale quello di Figlio di Dio, elaborati da tradizione giudeo palestinese, giudeo ellenistica ed ellenistica.

Francesco Carensi

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