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Rubrica: Risponde il teologo

5 Giugno 2007

Cimiteri, sepolture islamiche e radici cristiane

di Archivio Notizie

Le aspre polemiche che sono nate ad Arezzo da parte di chi si oppone alla istituzione, in alcuni cimiteri comunali, di aree destinate alla sepoltura di defunti di fede islamica, rappresenta, a mio avviso, il segno di una avversione ed una impreparazione non accettabili né sul piano civile né su quello religioso. È bene ricordare che le aree cimiteriali rappresentano un bene pubblico, gestito nel rispetto di norme urbanistiche ed igieniche, necessario a garantire la sepoltura di persone defunte. In tal senso è opera civilmente meritoria oltre che istituzionalmente dovuta, da parte della Amministrazione Comunale dare, nel rispetto delle varie sensibilità, la possibilità concreta di una sepoltura a persone immigrate domiciliate nel nostro territorio comunale. Il tutto, ovviamente nel rispetto dei vincoli igienico urbanistici regolatori della progettazione e gestione delle aree cimiteriali. In particolare, a proposito della sepoltura dei propri cari, da tempo richiesta dalle famiglie di fede islamica, come cristiano e cattolico comprendo il bisogno, di chi è di fede islamica, di accompagnare alla sepoltura un proprio congiunto la cui «anima è lo Spirito che ritornerà a Dio». È necessario comprendere, dunque, come la sepoltura sia un diritto della persona e della famiglia del defunto e come debba avvenire nel rispetto della sensibilità religiosa degli interessati e delle norme regolatorie dell’Ente pubblico gestore della struttura.

Luigi TriggianoPresidente della Commissione «Pace Cooperazione e diritti Umani» Risponde don Roberto Gulino, docente di LiturgiaLa lettera fa riferimento ad una notizia, pubblicata nello scorso aprile, secondo cui un comitato cittadino di Rigutino (piccola frazione del comune di Arezzo) avrebbe raccolto più di cinquecento firme per contestare la decisione, presa dal Consiglio Comunale, di riservare all’interno del Cimitero uno spazio di 10 tombe per i defunti di religione islamica. Tra i motivi della protesta spicca il fatto che tale decisione è stata presa senza una preventiva consultazione degli abitanti della frazione interessata. Ritengo necessario affiancare, alla lettera riportata sopra, per completezza ed approfondimento, alcuni passaggi della Nota ufficiale che la Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro ha pubblicato a riguardo della questione.«La richiesta da parte della popolazione islamica residente ad Arezzo è di per sé legittima e indiscutibile. Essa è da configurare all’interno della libertà di religione e di culto più volte riaffermata dalla Chiesa Cattolica e sancita dall’ordinamento civile. Per i cristiani, il confronto, la collaborazione e il dialogo fra le diverse confessioni religiose costituiscono un impegno nel quale il magistero della Chiesa e, da ultimo, l’insegnamento del Concilio Vaticano II scorgono l’occasione preziosa per offrire una “testimonianza alla fede e alla vita cristiana” e favorire il progresso dei valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano in essi (dal decreto conciliare Nostra aetate)».

>«La più recente normativa… intende soddisfare le esigenze derivate, in questo come altri ambiti della vita sociale, dal fenomeno della globalizzazione e dei flussi migratori che nei Paesi occidentali generano contesti multietnici e multiculturali.

>Si tratta di processi che non di rado disorientano e preoccupano le popolazioni interessate, legittimamente timorose di perdere i tratti distintivi della propria identità o di dovervi abdicare in nome del rispetto delle sensibilità e delle convinzioni altrui.

La Chiesa ha in più occasioni ribadito la propria stima verso i “musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra”, esortando i cristiani e i credenti islamici “a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà” (Nostra aetate). Stima e comprensione reciproche devono guidare anche le scelte presenti, le quali, se intendono realmente favorire l’amicizia e l’integrazione fra i popoli, non possono prescindere da decisioni improntate al rispetto dell’identità della comunità cristiana».

«Sul caso di Arezzo – prosegue la Nota – la diocesi sta seguendo con interesse la vicenda che ha avuto una vasta eco. Non è compito della Chiesa locale indicare soluzioni concrete che, invece, sono di competenza della pubblica amministrazione. È comunque essenziale che, di fronte a qualunque proposta venga scelta, siano le istituzioni ad assumersi responsabilità precise tenendo in giusta considerazione le radici cristiane di una terra come quella aretina e la sensibilità delle popolazioni locali su cui ricadono le deliberazioni politiche. Per evitare incomprensioni, tuttavia, la via da seguire è quella del confronto aperto fra eletti ed elettori soprattutto quando si tratta di questioni che investono il comune sentire e le tradizioni religiose».

Si tratta quindi di una questione delicata da trattare con rispetto ed equilibrio in una diocesi, come termina la Nota ufficiale «che ha fatto dell’accoglienza di coloro che vivono in situazioni di difficoltà o arrivano da terre lontane un ambito privilegiato della testimonianza cristiana e vede nel dialogo reciproco un’occasione sulla quale misurare la fede nel Signore Risorto».

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