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Rubrica: Risponde il teologo

19 Settembre 2007

Come conciliare grazia di Dio e libertà dell’uomo

di Archivio Notizie

Scrivo per chiedere un chiarimento. In base a quanto scrive San Paolo tutto quello che ci avviene è per grazia del Signore. Su questo non vi è ombra di dubbio perché chi si può dire giusto ai suoi occhi.  «Se tieni conto delle colpe, Signore, Signore, chi potrà vivere ancora?» dice il salmo 130. Ma sembra che San Paolo non tenga in conto una cosa: il libero arbitrio di cui ci ha fatto dono il Padre. Infatti da una lettura letterale tutto sembra già deciso, la nostra volontà di aderire o meno all’invito del Padre, di accettare e ricambiare l’amore e la misericordia di Gesù sembrano ininfluenti ovvero già decisi. Mi sembra di tornare al fato immutabile degli antichi greci studiato a scuola.

Io non credo che sia proprio così, credo che il Signore ci voglia tutti salvi, ci inviti tutti a seguire il suo esempio, di riempirci del suo amore che tutto fa sopportare, di donare il suo amore al prossimo. Certamente capire le vie del Signore non ci è permesso, le su vie non sono le nostre vie, i suoi pensieri non sono i nostri pensieri, ma che noi dobbiamo mettere l’unica cosa che è veramente nostra, la volontà, credo che sia indiscutibile. Poi il Signore ci guiderà a lui secondo il suo volere. Ed allora torno alla domanda iniziale: come debbo interpretare le parole di San Paolo?

Una chiave di lettura mi viene: forse San Paolo intendeva dire che Dio già sa chi risponderà alla sua chiamata ma, come ad esempio dice la Valtorta a proposito di Gesù che, pur sapendo come andava a finire, mai ha rinunciato a tentare di salvare il suo discepolo Giuda escariota, mai cesserà di chiamare tutti al suo amore, fino all’ultimo come il ladrone crocifisso.

Massimo  Volpe

Risponde padre Saverio Cannistrà, docente di Teologia DogmaticaIl chiarimento che il signor Volpe ci chiede riguarda una delle questioni più complesse e controverse nella storia del dogma e della teologia: come si conciliano grazia di Dio e libertà dell’uomo? Come spesso capita, la tentazione ricorrente è di semplificare (e razionalizzare) il problema riducendolo a uno dei due poli in tensione. A un estremo si colloca la negazione della libertà dell’uomo in un rigido predestinazionismo (si salva chi è predestinato alla salvezza, indipendentemente dalla sua risposta), all’altro estremo la negazione della necessità della grazia di Dio per la salvezza (l’uomo si salva con le sue forze, utilizzando rettamente la sua libertà). Probabilmente è questa seconda la tendenza più diffusa, anche perché più vicina alla mentalità corrente. L’uomo si pensa libero e capace – come scrive il nostro lettore – di seguire «l’esempio» di Gesù. Ma Gesù, prima ancora di dare all’uomo un esempio e un modello da seguire, è il Salvatore, colui che dona la salvezza al peccatore, incapace di salvarsi con la sola osservanza della legge. Da questa verità fondamentale scaturiscono alcune conseguenze piuttosto «scandalose» per la mentalità comune e per la religiosità naturale.

La prima è che la salvezza ha la forma del dono; pertanto, ciò che all’uomo è chiesto non è di realizzare la propria salvezza, ma di accoglierla con fiducia e gratitudine, riconoscendo umilmente di non esserne degno. Evidentemente un dono non è un’imposizione, ma suppone una capacità di accoglienza libera da parte del destinatario. Qui si colloca la seconda conseguenza: la libertà dell’uomo non è semplicemente un dato naturale precedente la grazia. L’uomo ha una libertà ferita, menomata. È l’offerta del dono della salvezza che risveglia l’uomo, rinchiuso nel suo orizzonte mondano, alla dignità perduta di libero collaboratore di Dio (cfr. CCC, n° 2001). Inizia così un cammino di liberazione, in cui grazia e libertà si alternano in un circolo virtuoso. Dio dona la grazia, ma essa diventa efficace nel momento in cui l’uomo l’accoglie. L’accoglienza della grazia, a sua volta, rende l’uomo più libero e capace di accogliere in modo sempre più pieno e profondo il progetto di Dio su di lui. Meta di questo cammino è la resa incondizionata all’amore di Dio, nella quale si esprime la massima realizzazione della creatura. Lasciar fare Dio, infatti, non è sottomissione alla necessità del fato, ma è permettere a Dio di portare a compimento l’opera iniziata col chiamarci all’esistenza rendendoci partecipi della sua vita trinitaria. Per questo, infatti, Dio ci ha creati «per farci diventare suoi figli per mezzo di Cristo Gesù», come dice Paolo nel brano della Lettera agli Efesini citata dal nostro lettore.

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