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Rubrica: Risponde il teologo

3 Settembre 2008

Come nasce la vocazione? E come si riconosce?

di Archivio Notizie

Come nasce una vocazione? Da che cosa si riconosce?

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Risponde padre Saverio Cannistrà, docente di Teologia dogmaticaLe due semplici ma cruciali domande a cui tenterò di dare una risposta ne presuppongono una terza ancora più fondamentale: che cosa intendiamo per «vocazione»? Confesso di non ritenere un guadagno linguistico l’estensione universale di questo termine. Oggi sembra che per qualsiasi cosa ci sia una vocazione: vocazione alla vita, vocazione al battesimo, vocazione al matrimonio, vocazione a svolgere un determinato lavoro o una attività di volontariato, e così via. Si tratta di un uso linguistico impostosi nelle lingue germaniche in seguito alla Riforma protestante, per cui Beruf in tedesco designa tanto la professione, quanto la vocazione (e su questo, com’è noto, ha prodotto riflessioni di grande importanza Max Weber). Ci sono quindi ragioni serie che giustificano questo uso ma, a mio avviso, parlare da luterani vivendo nella chiesa cattolica non aiuta a chiarire le idee.

In ambito cattolico, il termine vocazione è stato generalmente riservato alle cosiddette vocazioni di speciale consacrazione. Ciò che è caratteristico della vocazione tradizionalmente (e biblicamente) intesa è una chiamata a uscire dal «mondo» per entrare in una relazione specifica con Dio, cioè esattamente quella relazione che prevede il distacco dal mondo. Si obietterà che questa è la condizione del battezzato come tale, in quanto è la fede che «demondanizza», e che pertanto la vocazione cristiana è fondamentalmente quella battesimale. Ne sono pienamente convinto dal punto di vista teologico. Tuttavia, storicamente l’uscita dal mondo derivante dalla fede ha dato luogo a stati di vita (battesimale) diversi.

La differenza fondamentale consiste nel fatto che il battesimo non cambia esternamente la vita della persona battezzata, che può essere in tutto simile a quella dei non battezzati (cfr. Lettera a Diogneto), mentre la vocazione in senso stretto ha come conseguenza un cambiamento di stato di vita: si lascia quello che si ha (casa, famiglia, lavoro, conto in banca, progetti per le vacanze, ecc.) e ci si mette in cammino. Verso dove? Innanzitutto verso il deserto, cioè verso una solitudine celibataria e verginale, abitata solo da Gesù Cristo. Successivamente e generalmente anche verso una comunità di persone che hanno la medesima vocazione e che ti sono donate come la tua nuova famiglia.

Come nasce una vocazione così concepita? Non c’è che una risposta: da una vera, forte esperienza di rapporto con Gesù Cristo, la quale naturalmente può essere vissuta in molti modi diversi, tanti quante sono le storie e le psicologie degli uomini.

Come si fa a riconoscere che si tratta proprio di vocazione in senso stretto? Non esiste, credo, una sintomatologia infallibile e le illusioni sono non meno frequenti e rischiose dei misconoscimenti. Di certo, la vocazione non ha a che fare col fervore religioso e con la devozione, che sono esperienze superficiali e temporanee. Ha a che fare con lo strato più profondo della persona. Spesso la difficoltà di riconoscere la vocazione coincide con la difficoltà di conoscersi in profondità e di sapersi liberare da una serie di condizionamenti, il più tenace dei quali in genere è quello che deriva dalla nostra presunta ricchezza materiale e ancor più morale e spirituale. Ma ritengo che la grazia di Dio sappia essere sapientemente demolitrice, quando è effettivamente all’opera.

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