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Rubrica: Risponde il teologo

28 Giugno 2011

Come si manifestava Gesù dopo la risurrezione?

di Archivio Notizie

La fede cristiana, si sa, è basata sulla resurrezione: sul fatto storico che Gesù è morto e risorto. Questa certezza ci viene dalle testimonianze delle donne e degli uomini che hanno visto Gesù, hanno parlato con lui, mangiato con lui, lo hanno toccato… È importante quindi capire l’attendibilità di quei racconti. Mi piacerebbe sapere come si manifestava Gesù risorto, come appariva il suo corpo, quali sono i testimoni che hanno assistito a queste apparizioni… Non è possibile che siano state prodotte dalla «credulità» degli apostoli, o dal loro desiderio che Gesù fosse ancora vivo?

Massimo Cantini

Risponde don Stefano Tarocchi, biblista e Preside della Facoltà Teologica dell’Italia centrale«Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti.  Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto» (1 Corinzi 15,3-8).

La nostra fede sulla risurrezione del Signore si fonda su queste parole di san Paolo. Quello che l’apostolo scrive ai cristiani di Corinto, chiamando in causa anche di se stesso, è la sintesi di quello che i Vangeli descrivono con accenti e modi diversi ma uniti dalla stessa certezza: la piena verità delle manifestazioni di Gesù dopo la sua risurrezione, e non un bisogno dei discepoli di vedere confermate le promesse ricevute. Così nelle Scritture si ricorda la presenza di un vivente, e non di un fantasma. Lo dice il libro degli Atti, prima di raccontare l’ascensione: «si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, facendosi vedere loro» (Atti 1,3).

Il Vangelo di Matteo rammenta la manifestazione di Gesù a Maria di Magdala e all’altra Maria (Matteo 28,9) e la consegna da trasmettere ai discepoli di andare in Galilea (Mt 28,10): gli undici discepoli vanno effettivamente in Galilea, sul monte che Gesù ha indicato loro, e lo «vedono». Non c’è traccia alcuna di cedimento da parte dei discepoli, a quel progetto prima temuto, e poi costruito col denaro, del rapimento di un cadavere strappato ad una tomba, che aveva indotto precedentemente a mettere delle guardie, e quindi a pagare la menzogna di queste (Mt 27,64; 28,12-15). L’evangelista aggiunge invece che i discepoli, pur prostrati davanti a Gesù, hanno dubitato: hanno sperimentato che un essere vivente si trova davanti a loro, ma non hanno avuto da subito la certezza che fosse veramente «Gesù, il crocifisso» ora risorto.

Per approfondire questo elemento dobbiamo passare a Luca, che ambienta a Gerusalemme tutte le manifestazioni del risorto. Anche qui le donne  («Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo») vanno a dare l’annuncio ai discepoli, dopo essere entrate nella tomba e aver ricordato le parole del Signore, ripetute dai «due uomini … in vesti sfolgoranti»  (Luca 24,1-10). I discepoli ritengono le parole delle donne una pura follia, anche se Pietro va personalmente al sepolcro. Ci sono però due altri discepoli, diretti verso Emmaus (Lc 24,13-35) dopo aver perso ogni certezza nelle parole di Gesù, che nel loro cammino sono affiancati da un misterioso compagno di viaggio. I loro occhi, però, «non hanno la forza di riconoscerlo» fino al momento in cui, giunti a destinazione, gli chiedono di restare, forse perché già lungo la strada aveva spiegato ai due, «senza cervello e lenti di cuore», quanto si riferiva al Cristo nelle Sacre Scritture: un’«omelia» di Gesù (il verbo usato nel testo greco!), che ha riscaldato il loro cuore.. Non lo vedono perché non vogliono sapere che è lui, ma lo riconoscono nel gesto di benedire e spezzare il pane: «si aprirono i loro occhi». Il racconto del Vangelo conduce quindi i due discepoli ancora a Gerusalemme, ormai rinfrancati, senza essere turbati dalla certezza di essergli stati vicino e non averlo riconosciuto, perché accompagnati dalle sue parole lungo la strada.

Quando arrivano a Gerusalemme dagli Undici e gli altri discepoli, diventano i nuovi annunciatori della risurrezione: «davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone», come avevano poc’anzi raccontato a Gesù (Lc 24,24) prima di riconoscerlo nella loro casa nel villaggio di Emmaus. Finalmente anche agli Undici e agli altri discepoli si manifesta Gesù (Luca 24,36-43), ma ancora prevalgono terrore e spavento, che nemmeno le parole di lui («pace a voi») possono dissolvere.

Qui le tradizioni evangeliche sembrano risalire ad una stessa fonte, come testimonia il Vangelo di Giovanni, con le stesse parole e gli stessi gesti (Giovanni 20,19.21): «perché siete turbati e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io. Toccatemi e guardate; un fantasma (= uno spirito), non ha carne e ossa come vedete che io ho».

Il terrore diventa stupore e non ancora fede, ma l’evangelista risolve con un tocco geniale: Gesù che chiede da mangiare. Una porzione di pesce fritto (e del miele, secondo alcuni codici): è quello che dà la certezza della risurrezione. Così anche nel vangelo di Giovanni (21,1-14), troviamo Gesù sulla riva del mare di Tiberiade con del pesce sopra un fuoco di brace e del pane. I discepoli, tornati nuovamente a pescare dopo una notte senza risultato, riempiono la rete. Solo allora il discepolo amato da Gesù dice: «è il Signore». Gesù chiede un po’ del pesce pescato e distribuisce pane e pesci. Essi sanno che è lui ma di fatto non hanno il coraggio di chiederlo.

Se avessimo ancora tempo, dovremmo parlare anche delle altre manifestazioni raccontate da Giovanni – il vangelo di Marco è un caso a parte -, quella a Maria di Magdala, che vorrebbe «trattenere» Gesù, ossia continuare a poter toccare fisicamente il suo corpo. E, ancora, l’altra manifestazione ai discepoli, ai quali mostra le mani e il costato nel giorno della risurrezione, e anche otto giorni dopo a Tommaso.

In conclusione si tratta di avere davanti agli occhi e di entrare in contatto, anche fisicamente con un vivente, non uno spirito, o un fantasma. Gli stessi termini usati nei Vangeli parlano di «essere visbile, farsi vedere, diventare manifesto», non già semplicemente di un pallido «apparire». Ma Gesù, ritornato alla vita, appartiene definitivamente a qualcosa di diverso dalla nostra esperienza. Non è la bambina di Giairo, alla quale si porta da mangiare (Mc 5,43), o Lazzaro, ritornato alla vita: anch’Egli era morto, ma ora è vivo per sempre (Apocalisse 1,18).

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